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Cronaca

La mafia pakistana e il caporalato

Di Sala Notizie3 Giugno 20266 min di lettura
La mafia pakistana e il caporalato
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Il fenomeno del caporalato in Italia non è più una questione esclusivamente legata alle storiche organizzazioni criminali locali o al solo settore agricolo del Mezzogiorno. Negli ultimi anni, le inchieste giudiziarie hanno svelato una rete transnazionale complessa e spietata, in cui spiccano i gruppi criminali della cosiddetta mafia pakistana. Per comprendere a fondo queste dinamiche, abbiamo intervistato il professor Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata al RIACS di Newark (USA). 

Quando parliamo di “mafia pakistana” applicata al caporalato in Italia, a cosa ci riferiamo esattamente? 

Parliamo di una mafia sui generis, infatti, l’errore che si commette spesso è quello di pensare una struttura identica a quella delle mafie tradizionali italiane. La criminalità organizzata pakistana opera principalmente attraverso gruppi criminali fluidi ma feroci, basati su legami familiari, clan o su appartenenze etnico-religiose. Non c’è un vertice centrale in Italia, ma esistono figure chiave — gli intermediari o “caporali” — che gestiscono filiere intere. La loro forza risiede nella transnazionalità: il controllo e il ricatto sul lavoratore iniziano nei villaggi del Pakistan e terminano nelle campagne o nei distretti industriali italiani. Nella maggior parte dei casi il vessato non ha scampo: o accetta la schiavitù o muore. 

Qual è il meccanismo economico e psicologico con cui riescono a rendere schiave queste persone? 

Il meccanismo perverso è sempre lo stesso: la schiavitù per debiti. Un lavoratore che vuole raggiungere l’Europa è disposto a pagare cifre enormi, spesso comprese tra i diecimila e i ventimila euro, per ottenere un visto o un contratto d’ingaggio, abusando frequentemente dei canali regolari come i decreti flussi. Per raccogliere questa somma, la famiglia in patria si indebita con i trafficanti locali. Una volta arrivato in Italia, il migrante scopre che il lavoro promesso non esiste o è pagato una miseria (anche meno di due o tre euro l’ora). Il lavoratore non può ribellarsi: se si ferma, il debito aumenta e i clan in Pakistan aggrediscono, minacciano o sequestrano i suoi parenti rimasti lì. È una morsa psicologica totale ed inesorabile. 

Pensiamo sempre al caporalato come a un fenomeno legato alla raccolta di pomodori nel Sud. Le ultime inchieste mostrano invece una forte penetrazione anche nel Nord Italia e in settori insospettabili. Ci spiega questa evoluzione? 

Questa è la vera svolta imprenditoriale delle mafie straniere. L’agricoltura resta un settore colpito, ma la criminalità pakistana ha fatto il salto di qualità nella logistica, nel confezionamento, nella cantieristica navale e persino nell’editoria e grafica del ricco Nord-Est. Sfruttano lo strumento del subappalto: grandi aziende italiane, a volte anche marchi noti, esternalizzano la manodopera a cooperative fittizie gestite da prestanome pakistani. Queste “società fantasma” riducono i costi azzerando i diritti dei lavoratori, evadono sistematicamente i contributi e il fisco, e poi falliscono nel giro di due anni, scomparendo nel nulla prima dei controlli per rinascere sotto un altro nome. 

Come si rapportano queste organizzazioni pakistane con le mafie storiche italiane come la ‘ndrangheta o la camorra? C’è il rischio di scontri per il controllo del territorio? 

Non si arriva mai allo scontro, la logica del profitto comune e della pacifica coesistenza economica prevale su tutto il resto. Le mafie italiane controllano militarmente il territorio e i grandi flussi finanziari; le organizzazioni pakistane forniscono un servizio “chiavi in mano” di manodopera a bassissimo costo e flessibile. Alla criminalità nostrana fa estremamente comodo delegare il “lavoro sporco” e il rischio delle indagini dirette sulla manodopera a reti straniere. La barriera linguistica e culturale dei lavoratori pakistani rende quasi impossibile la collaborazione con le autorità italiane, garantendo un’omertà di fatto che protegge l’intera catena di comando criminale. 

Perché la strage di Amendolara? Che significato ha? 

La tragedia di Amendolara ha spezzato il silenzio su una realtà che i sindacati e le associazioni locali denunciano da tempo: una forma di schiavitù moderna dove il controllo del caporale sulla vittima è totale, fino a disporre della sua stessa vita. Il messaggio lanciato è chiaro: se osi ribellarti, questa sarà la tua fine. Aver rivendicato i propri diritti contro i caporali, aver rifiutato il giogo dello sfruttamento criminale che molti consideravano un relitto del passato e che invece sopravvive, immune, nelle nostre campagne, ha significato e continuerà a significare morte. Questo non è più soltanto caporalato. Chiamare le cose con il loro nome è doveroso: questa è barbarie pura. Se non ci saranno serie politiche di prevenzione e controllo del fenomeno la situazione non cambierà. 

La normativa attualmente in vigore in Italia è sufficiente? 

L’introduzione dell’Articolo 603-bis del codice penale ha fornito ai magistrati italiani strumenti efficaci, permettendo di colpire e commissariare anche le aziende italiane che traggono profitto dallo sfruttamento. Tuttavia, finché l’incontro tra domanda e offerta di lavoro estero sarà gestito tramite canali burocratici rigidi e facilmente aggirabili, i caporali transnazionali avranno sempre un vantaggio strategico sulle spalle dei più vulnerabili. Un Paese che si definisce civile non può accettare che si muoia sul lavoro, né tantomeno tollerare che si possa essere uccisi con tanta crudeltà solo per aver rivendicato il diritto alla libertà e alla dignità umana. Lo Stato deve reagire! 

Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark, è noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche di indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto “Legalità Bene Comune” nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia.

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