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Home » BPM contro Intesa, battaglia per Generali e il risparmio italiano
Economia e Finanza

BPM contro Intesa, battaglia per Generali e il risparmio italiano

Di Sala Notizie8 Giugno 20264 min di lettura
BPM contro Intesa, battaglia per Generali e il risparmio italiano
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BPM ha proposto domenica 7 giugno una fusione a MPS, che con l’integrazione di Mediobanca controlla oltre il 13% di Generali. Nel giro di poche ore Intesa Sanpaolo ha reagito alla proposta di Banco BPM lanciando un’Opas su MPS e definendo un accordo con Unipol e BPER che, se realizzato, renderebbe di fatto impraticabile il progetto BPM-MPS.

Lo schema Intesa-BPER prevederebbe che BPER rilevi le attività bancarie tradizionali di MPS (635 filiali), mentre Intesa si terrebbe Mediobanca e, tramite essa, la quota in Generali.

BPM punta a creare il secondo operatore bancario domestico, con una capitalizzazione superiore a 50 miliardi e sinergie stimate in oltre 1,1 miliardi annui lordi. L’obiettivo è anche sopravvivere come entità autonoma dopo il fallito tentativo di UniCredit di acquisirla nel 2024-25.

Intesa vuole Mediobanca e Generali. Il possibile schema prevederebbe che Intesa acquisisca Mediobanca e la partecipazione in Generali, rafforzando la propria posizione nel risparmio gestito e nell’assicurativo. Non è un’operazione bancaria: è un’operazione sul risparmio degli italiani.

BPER/Unipol otterrebbe una parte significativa della rete commerciale e delle attività bancarie di MPS, rafforzando la propria presenza nazionale.

Il Tesoro vuole uscire da MPS (ha ancora una quota rilevante) al prezzo migliore possibile, e preferisce che non finisca sotto controllo francese.

Generali, il nocciolo della questione

Al di là delle singole offerte, la questione di fondo è quale assetto assumerà il controllo del risparmio italiano nei prossimi decenni. Il vero oggetto del contendere non sono le filiali di MPS, ma l’influenza esercitata su Mediobanca, Generali e sull’enorme massa di risparmio che queste istituzioni amministrano.

Generali gestisce i risparmi di milioni di italiani. Che finisca in pancia a Intesa (già dominante) o resti in un gruppo BPM-MPS più bilanciato è una questione di interesse pubblico, non solo finanziario.

Il dibattito pubblico sta inquadrando Generali come una “questione di italianità”, e questa è una semplificazione che nasconde interessi molto più specifici. Generali non è solo una compagnia assicurativa. È il centro di gravità del capitalismo finanziario italiano, un nodo in cui si intrecciano posizioni di Delfin, Caltagirone, Mediobanca e Unipol.

Generali gestisce quasi 800 miliardi di euro di risparmio gestito, una parte enorme di queste risorse sono polizze vita, fondi pensione e prodotti di risparmio di famiglie italiane ordinarie. Chi controlla Generali non controlla solo un’azienda: controlla la struttura dei rendimenti, dei costi e delle scelte di allocazione di una quota significativa del risparmio privato nazionale.

In più, Generali ha in portafoglio oltre 40 miliardi di BTP italiani, che rappresentano circa il 9% dei suoi investimenti complessivi, impiegati principalmente per coprire gli impegni legati alle polizze vita. Chi siede al vertice di Generali è quindi anche un attore rilevante nella stabilità del debito sovrano italiano.

Gli scenari

Se si realizzasse la fusione BPM-MPS, Generali resterebbe nell’orbita del nuovo polo, con Delfin primo azionista del gruppo combinato. Crédit Agricole avrebbe circa il 6,5% del nuovo gruppo, già autorizzata dalla BCE a salire fino al 29,9% in BPM, una quota sufficiente a sollevare dubbi sul controllo effettivo del risparmio italiano da parte di soggetti esteri.

Se invece Intesa prende Mediobanca, piazzetta Cuccia estenderebbe la propria influenza sul “Leone di Trieste” e sui suoi quasi 800 miliardi di risparmio gestito. Ma Intesa è già dominante nel risparmio gestito tramite Eurizon. Creare un soggetto che controlla contemporaneamente la prima banca italiana, la prima rete di distribuzione assicurativa e una quota rilevante del risparmio previdenziale è un problema di concentrazione di potere finanziario senza precedenti nella storia italiana recente.

Qualunque soluzione emerga dovrà comunque ottenere il via libera delle autorità europee. BCE e Antitrust saranno chiamate a valutare sia la solidità patrimoniale delle operazioni sia gli effetti sulla concorrenza nei mercati bancari, assicurativi e del risparmio gestito.

Sullo sfondo ci sono le indagini della Procura di Milano sulla scalata di MPS a Mediobanca, che ipotizza manipolazione di mercato e ostacolo alle autorità di vigilanza, con Caltagirone, Milleri di Delfin e l’AD di MPS Lovaglio tra gli indagati. In pratica la ristrutturazione del capitalismo finanziario italiano avviene in un contesto giudiziario ancora aperto.

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