“Ci trattano come schiavi”: questa la clamorosa denuncia raccolta dal quotidiano Sueddeutsche Zeitung (Sz) in un’inchiesta sulle condizioni di lavoro dei brasiliani impiegati nelle gelaterie italiane in Germania. Il quotidiano parla di giornate fino a 12-14 ore, settimane di sei giorni e, in alcuni casi, paghe inferiori alle ore effettivamente lavorate. L’ex governatore del Veneto, Luca Zaia, replica sui social: “Un’accusa grave che, se riferita a singoli casi, va naturalmente verificata fino in fondo. Ma trasformarla in un giudizio su un’intera categoria è profondamente ingiusto”.
Urussanga – Longarone (Gente d’Italia)
Migliaia di brasiliani in Germania per l’estate da Urussanga, città fondata da emigrati italiani
Secondo la testata tedesca, migliaia di brasiliani arrivano ogni anno in Germania per la stagione delle gelaterie, soprattutto da Urussanga, nel sud del Brasile, una città abitata in larga parte da discendenti di emigrati italiani, molti dei quali veneti e bellunesi. La storia migratoria della città è legata anche alla tragedia del Vajont. Dopo la catastrofe del 1963, che provocò quasi 2.000 morti a Longarone e nei centri vicini, i contatti tra le comunità italiane e brasiliane permisero di ricostruire legami familiari rimasti a lungo sconosciuti. Nel 1991 Longarone e Urussanga sono diventate città gemellate. Dalla comunità brasiliana è poi nato anche un particolare circuito migratorio verso le gelaterie tedesche. Per numerosi lavoratori il passaporto italiano ottenuto attraverso gli antenati rappresenta il “biglietto d’ingresso” per l’Europa.
Zaia: “Comunità fatta in gran parte da famiglie venete che hanno costruito in Germania una storia di lavoro, sacrificio e integrazione”
L’ex presidente veneto Zaia contesta una generalizzazione che, a suo giudizio, finisce per colpire un’intera categoria: “Parliamo di una comunità fatta in gran parte da famiglie venete che, partendo dal Cadore, dalla Val di Zoldo, dal Bellunese, dal Trevigiano e da altri territori della nostra regione, hanno costruito in Germania una storia di lavoro, sacrificio e integrazione”. I gelatieri italiani, aggiunge, “danno lavoro a circa 22mila persone” e hanno contribuito all’economia tedesca portando “competenza, impresa e un prodotto che è diventato simbolo dell’Italia nel mondo. Chi sbaglia deve risponderne. Ma non si possono infangare decenni di sacrifici e migliaia di persone perbene” conclude Zaia, esprimendo “piena vicinanza” ai gelatieri italiani.
Insomma, l’aspetto che forse più colpisce riguarda il fatto che da una parte e dall’altra ci siano sempre oriundi italiani: sia coloro che si sono trasferiti in Germania per avviare un’attività commerciale molto comune e redditizia; sia coloro che, cittadini brasiliani con origine italiana, si recano periodicamente in Germania per lavorare nelle gelaterie di loro connazionali (seppure alla lontana).
intervista a Luca Zaia (Rainews)
Stipendi di 1.800 euro netti, un giorno libero a settimana. Ma i turni sono molto più lunghi e i pagamenti di solito avvengono in nero
Il quotidiano descrive un sistema in cui i lavoratori arrivano generalmente da marzo a ottobre, con stipendi intorno ai 1.800 euro netti al mese e un giorno libero alla settimana. Alcuni raccontano però di turni molto più lunghi, pagamenti in nero, contratti part-time nonostante il lavoro a tempo pieno e, in alcuni casi, della perdita dell’alloggio fornito dal datore di lavoro in caso di licenziamento. Secondo la psicologa sociale brasiliana Diane Portugueis, che studia dal 2014 il fenomeno, circa il 70% dei dipendenti delle gelaterie italiane in Germania sarebbe brasiliano. La ricercatrice parla alla Sueddeutsche Zeitung di una condizione di “permanente transizione” tra Brasile e Germania, con conseguenze anche sulla vita familiare e sulla salute mentale.
L’inchiesta ricorda inoltre un’importante operazione condotta dalle autorità tedesche nel luglio 2024: 370 funzionari della dogana perquisirono 57 immobili in Baviera, Baden-Wuerttemberg e Nord Reno-Vestfalia nell’ambito di un’indagine su un imprenditore italiano accusato di violazioni del salario minimo e della normativa previdenziale. Il danno ipotizzato arriverebbe a un milione di euro l’anno.
