Gli oceani stanno cambiando colore e il fenomeno potrebbe essere uno dei segnali più evidenti delle trasformazioni in corso nel Pacifico. Le immagini raccolte dai satelliti della Nasa mostrano una progressiva riduzione delle tonalità verdi nelle acque equatoriali, che lasciano spazio a distese sempre più blu. Un cambiamento che gli scienziati collegano alla diminuzione del fitoplancton, organismi microscopici fondamentali per gli equilibri marini, e al riscaldamento anomalo delle acque associato a El Niño.
Dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) arriva un allarme: El Niño potrebbe raggiungere un’intensità senza precedenti, superando i livelli osservati negli ultimi decenni e raggiungere il picco verso la fine del 2026, con conseguenze destinate a farsi sentire anche nel 2027.
Le previsioni indicano anomalie della temperatura superficiale del mare fino a circa 3,8 gradi sopra la media nell’area centrale del Pacifico equatoriale nel trimestre novembre 2026-gennaio 2027. Si tratta di un valore riferito a una specifica area oceanica e a un periodo stagionale, non a un aumento della temperatura globale.
A rendere ancora più preoccupante il quadro è l’ultimo allarme delle Nazioni Unite: l’episodio climatico in corso potrebbe raggiungere un’intensità tale da superare persino i livelli contemplati dalle scale di monitoraggio utilizzate negli ultimi quarant’anni.
Il Pacifico cambia colore: cosa mostrano i satelliti
Le osservazioni del satellite PACE della Nasa, lanciato nel febbraio 2024 per studiare il plancton, le nuvole e gli ecosistemi oceanici, consentono di individuare variazioni nella luce riflessa dalla superficie del mare. I dati mostrano che la fascia verde normalmente presente nel Pacifico equatoriale si sta restringendo rispetto a quanto osservato nel 2025.
Il fenomeno è legato alla diminuzione del fitoplancton, costituito da organismi microscopici capaci di effettuare la fotosintesi. La loro presenza contribuisce a determinare le sfumature verdi delle acque e svolge un ruolo essenziale nel funzionamento degli ecosistemi marini. Il fitoplancton assorbe anidride carbonica, produce ossigeno e rappresenta una componente fondamentale della catena alimentare oceanica.
La variazione cromatica non è necessariamente visibile a occhio nudo, ma può essere individuata attraverso l’analisi delle diverse lunghezze d’onda della luce.
Perché El Niño rende il mare più blu
Il meccanismo è legato al riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico equatorial: in condizioni normali, i venti alisei spingono le acque calde verso ovest e favoriscono, nelle aree orientali, la risalita di masse d’acqua più fredde e ricche di nutrienti dagli strati profondi.
Durante El Niño, questo sistema si altera: i venti si indeboliscono, la circolazione oceanica cambia e diminuisce l’apporto di sostanze nutritive alle acque superficiali. Il fitoplancton trova così condizioni meno favorevoli alla proliferazione e la sua presenza può ridursi, modificando il colore del mare.
Il fenomeno ciclicamente si ripresenta, ma ogni episodio ha caratteristiche differenti. Quando raggiunge un’intensità eccezionale, le conseguenze possono estendersi ben oltre il Pacifico, attraverso le interazioni tra oceano e atmosfera che contribuiscono a regolare il clima globale.
Siccità, alluvioni e crisi alimentari: le conseguenze globali
Il possibile Super El Niño preoccupa soprattutto per le ripercussioni sulle popolazioni più vulnerabili: America Latina, Africa orientale e australe, Asia e Pacifico sono tra le aree che potrebbero subire gli effetti più rilevanti, con fenomeni estremi capaci di compromettere raccolti, disponibilità d’acqua e mezzi di sostentamento.
Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, l’impatto potrebbe aggravare le difficoltà economiche, alimentare conflitti e favorire nuovi spostamenti di popolazione. Per questo l’Onu chiede ai Governi, alle banche di sviluppo e alle istituzioni finanziarie internazionali di mobilitare risorse prima che si verifichino i danni.
Il capo delle operazioni umanitarie dell’Onu, Tom Fletcher, ha annunciato di aver già attivato oltre 50 milioni di dollari attraverso il Fondo centrale di risposta alle emergenze delle Nazioni Unite per sostenere undici Paesi particolarmente esposti, tra cui Ciad, El Salvador, Etiopia, Somalia e Sud Sudan.
Le necessità cambiano da regione a regione: in Somalia, Etiopia e Kenya occorrono fondi e forniture in vista delle piogge intense; nell’Africa australe servono sementi e bestiame per salvaguardare le attività agricole. In America centrale è urgente proteggere i mezzi di sussistenza, mentre i Paesi asiatici e del Pacifico devono prepararsi a possibili periodi di siccità, inondazioni e cicloni.
