Dal palco del congresso, il 25 ottobre, Salvini ha chiesto un mandato per portare in Consiglio dei ministri la linea della Lega: «Non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina». Rieletto segretario con il voto favorevole di 465 delegati, e ritornato sul palco ha invocato una riflessione sull’efficacia del sostegno militare dopo anni di conflitto, richiamando la necessità di una soluzione diplomatica.
Il nodo degli aiuti a Kiev
Tra i due interventi del leader leghista sarebbe arrivata una telefonata di Giorgia Meloni, lo riportano vari quotidiani. «Così mi metti in difficoltà» sarebbe stato il senso del richiamo. Salvini avrebbe attenuato i toni senza rinunciare alla sostanza della propria posizione. La premier avrebbe contestato soprattutto l’iniziativa unilaterale, ricordando che la politica estera del governo si fonda su una linea condivisa. Il problema, per Palazzo Chigi, non è soltanto il dissenso sugli aiuti, ma la sua esposizione pubblica, che rischia di indebolire la credibilità internazionale dell’esecutivo.
Salvini non dovrebbe sollevare la questione nel prossimo Consiglio dei ministri, impegnato anche sulla manovra economica. La Lega, però, non intenderebbe sostenere un nuovo decreto per il 2027, lo scontro è rinviato.
Il quadro normativo che autorizza le forniture italiane a Kiev scade il 31 dicembre 2026. Entro dicembre il governo dovrà valutare l’eventuale proroga. Secondo le ricostruzioni, il rifiuto leghista riguarderebbe anche un provvedimento riformulato per dare maggiore spazio agli aiuti civili. Fratelli d’Italia e Forza Italia intendono invece mantenere la linea di sostegno fin qui condivisa.
Il richiamo alla pace consente a Salvini di distinguere il sostegno alla popolazione ucraina dall’invio di armamenti, ma non è detto che possa diventare una soluzione compatibile con la posizione degli alleati.
La tensione tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini sugli aiuti all’Ucraina si inserisce in una fase in cui gli equilibri della maggioranza vanno oramai misurati anche sul calendario elettorale.
Il voto anticipato e le priorità della Lega
Secondo Repubblica, Meloni avrebbe prospettato agli alleati uno scenario con dimissioni a marzo, dopo il Consiglio europeo a Roma, e voto a giugno. Circolano anche ipotesi di elezioni a maggio o in autunno, mentre una parte della maggioranza continua a sostenere la scadenza naturale della legislatura.
Il voto in primavera lascerebbe al nuovo governo il tempo di preparare la manovra e ridurrebbe il rischio di sovrapposizioni con il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea, previsto nella prima metà del 2028. L’autunno permetterebbe invece di separare maggiormente le politiche dalle amministrative.
In vista del voto, Salvini ha interesse a rivendicare risultati riconoscibili dal proprio elettorato e a distinguere la Lega dagli alleati. La contestazione degli aiuti a Kiev assolve questa funzione, soprattutto in chiave anti-vannacciana. Il leader di Futuro nazionale ha fatto man bassa del consenso leghista, ma pare aver rallentato la sua crescita. Una parte di quei voti Salvini li rivuole, anche a costo di imporre a Meloni di gestire il costo politico di una maggioranza divisa sulla politica estera.
Autonomia differenziata, la partita interna
L’altra priorità leghista è l’autonomia differenziata, da portare a compimento prima di un eventuale scioglimento delle Camere. Dopo le difficoltà incontrate dal progetto del Ponte sullo Stretto, la riforma rappresenta un risultato identitario da esibire agli elettori. L’inserimento della dicitura «Italia federale» nel simbolo del partito ne conferma il valore politico.
I disegni di legge relativi alle intese con Lombardia, Liguria, Veneto e Piemonte sarebbero arrivati alla commissione Affari costituzionali della Camera dopo il via libera del Consiglio dei ministri. L’obiettivo indicato è ottenere il via libera della Camera entro gennaio 2027 e completare l’iter al Senato entro marzo.
Per Salvini, l’approvazione consentirebbe di rivendicare un risultato concreto prima della campagna elettorale. Per Meloni, accelerare potrebbe ridurre le resistenze interne alla coalizione, senza far esplodere il dissenso sull’Ucraina.

