
Un “No” per dire “Sì” alla democrazia. Con questo spirito il centrosinistra si è ritrovato ieri al Centro Congressi Frentani di Roma per battezzare il comitato “Società civile per il No”, guidato da Giovanni Bachelet. L’obiettivo è chiaro: fermare la riforma della giustizia voluta dal governo Meloni, accusata di voler “asservire” la magistratura al potere politico attraverso la separazione delle carriere e il doppio CSM.
Il “Campo largo” si ritrova sul palco
Nonostante le incertezze tattiche che spesso dividono le opposizioni, il referendum sembra aver generato una sintesi politica. Elly Schlein e Giuseppe Conte si sono avvicendati sul palco, uniti dalla critica a quella che definiscono una “gestione autoritaria” della cosa pubblica.
La segretaria del PD ha lanciato un guanto di sfida diretto al Guardasigilli: “Vinceremo le prossime elezioni, ma non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la magistratura; vogliamo essere controllati”. Un richiamo al sistema dei pesi e contrappesi che, secondo Schlein, la premier Meloni starebbe tentando di scardinare: “Gridano al complotto, ma non è colpa dei giudici se non sanno scrivere le leggi”.
Toni ancora più duri da parte di Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle ha paventato il rischio di un ritorno a una «casta di politici intoccabili», avvertendo che, in caso di vittoria del “Sì”, i cittadini comuni finirebbero per diventare “tutti di serie B”.
Il referendum sulla giustizia (@web)
11/01/2026
La mobilitazione della società civile
A dare forza al comitato guidato da Bachelet — figlio del giurista ucciso dalle Brigate Rosse — ci sono oltre cento associazioni, tra cui Anpi, Libera, Arci, Legambiente e Acli. Significativa la presenza della CGIL, con il segretario Maurizio Landini che ha suonato la carica per una mobilitazione capillare: “Cominciamo a camminare comune per comune. Non c’è quorum, vince chi prende un voto in più: dobbiamo spiegare alle persone che in gioco c’è il futuro della democrazia”.
L’assemblea ha incassato anche endorsement di peso, come quelli del Premio Nobel Giorgio Parisi e dello scrittore Maurizio de Giovanni, tutti concordi nel ritenere che la riforma minacci l’indipendenza della magistratura.