
Nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono cresciute in media del 3,1%, superando l’inflazione (misurata dall’indice IPCA – Indice Armonizzato dei Prezzi al Consumo – all’1,7%). Nonostante questo parziale recupero, il potere d’acquisto reale dei lavoratori è ancora inferiore di oltre 7 punti rispetto al 2021.
Il divario emerge chiaramente guardando al quadriennio 2022-2025: a fronte di un’inflazione complessiva del 17,4%, i salari sono aumentati solo del 10,2%. Sebbene il biennio 2024-2025 abbia mostrato segnali di ripresa, il terreno perso nel periodo immediatamente successivo alla pandemia non è stato ancora del tutto recuperato.
Lo stato dei contratti Secondo i dati Istat di fine 2025, i contratti collettivi in vigore per la parte economica sono 48 e coprono circa 7,6 milioni di dipendenti (il 57,8% del totale). La situazione è però molto eterogenea. Nel settore privato la copertura dei contratti in vigore è al 73,8% (con picchi del 100% in agricoltura). Pari a 0 quella nella pubblica amministrazione poiché tutti i contratti risultano scaduti e la crescita salariale del 2,7% è dovuta esclusivamente ai rinnovi relativi al triennio precedente (2022-2024).
Busta paga – immagine generica (GettyImages)
Occupazione e Cassa Integrazione
Mentre l’occupazione cresce, aumentano anche i segnali di incertezza. L’Osservatorio INPS segnala nel 2025 un incremento della Cassa Integrazione (+10,45%), con 560 milioni di ore richieste, spinto soprattutto dal boom della cassa straordinaria (+58,18%). Tuttavia, le aziende restano prudenti: nei primi dieci mesi dell’anno è stato effettivamente utilizzato meno del 25% delle ore autorizzate.
Fatturato e Commercio Estero
L’economia viaggia a due velocità: nei primi 11 mesi del 2025 il fatturato dell’industria è calato dello 0,3%, mentre i servizi sono cresciuti dell’1,6%.
Sul fronte del commercio estero extra-UE, le esportazioni sono cresciute del 2,3%, meno delle importazioni (+3,4%). Di conseguenza, l’avanzo commerciale è sceso a 56,1 miliardi di euro (erano 57,6 nel 2024). Pesa in particolare la frenata verso gli USA: dopo l’introduzione dei nuovi dazi, l’avanzo commerciale verso gli Stati Uniti è sceso da 38,8 a 34,1 miliardi di euro, a causa di un’impennata delle importazioni (+35,9%) che ha superato la pur buona crescita dell’export (+7,2%).