
Dopo quaranta anni ripercorriamo con il professor Vincenzo Musacchio non un semplice anniversario, ma un’occasione per tornare a parlare del più grande processo alla mafia che la storia giudiziaria e democratica del nostro Paese abbia conosciuto finora.
Il Maxiprocesso di Palermo è stato davvero una vittoria dello Stato o solo una tregua nella guerra alla mafia?
È stata una grande vittoria perché per la prima volta nella storia della lotta alla mafia furono condannati grandi boss e sconfitta Cosa Nostra. Fu, però, la vittoria di una battaglia poiché la guerra, purtroppo, è ancora in corso. Il Maxiprocesso – con le sue 475 imputazioni e 19 ergastoli – rappresentò uno spartiacque nella lotta alla criminalità organizzata. La mafia, comunque, non è stata sconfitta: si è riorganizzata, ha mutato pelle, cambiato strategia e si è trasformata adeguandosi ai tempi. La vittoria giudiziaria, purtroppo, non bastò a scardinare il potere politico, economico e culturale di Cosa Nostra anche perché i suoi principali avversari furono brutalmente assassinati.
A quei tempi si sostenne che il Maxiprocesso sia stato più un processo mediatico che giudiziario. Che cosa risponde a chi lo definisce spettacolarizzato?
È un’accusa che definirei superficiale. Certo, i riflettori mediatici furono accesi, ma non vi fu niente di scenografico. Quelle 8000 pagine di atti, le testimonianze di Buscetta e Contorno, il lavoro del pool antimafia dimostrano che fu il risultato di anni d’indagini e di grandi sacrifici. Se i media diedero risonanza al fatto, fu perché per la prima volta lo Stato si mostrava più forte della mafia.
Il Maxiprocesso senza pentiti sarebbe mai esistito?
Non credo con quella forza dirompente. I collaboratori di giustizia, soprattutto Tommaso Buscetta, permisero ai magistrati di ricostruire la struttura di Cosa Nostra come un’organizzazione piramidale e non un insieme di bande locali come si pensasse che fosse fino ad allora. Non furono solo i fatti testimoniati dai pentiti a colpire mortalmente Cosa Nostra poiché sono convinto che senza le inchieste e le prove raccolte da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le condanne non avrebbero retto nei vari gradi di giudizio sino in Cassazione.
A proposito di Falcone e Borsellino: oggi sono celebrati come eroi, ma all’epoca erano davvero sostenuti dalle istituzioni e dalla società civile?
No, anzi, furono spesso isolati e osteggiati. Le loro metodologie furono guardate con sospetto. Subirono continui attacchi mediatici e politici. Solo dopo la loro morte, con le stragi del ’92, l’Italia comprese pienamente la portata del loro lavoro. Come accade spesso, purtroppo, il riconoscimento arrivò postumo e oggi li abbiamo quasi dimenticati tranne nelle commemorazioni che sembrano più un atto dovuto che un riconoscimento sentito.
Il Maxiprocesso cambiò la mafia o fu quest’ultima a cambiare il modo in cui lo Stato doveva affrontarla?
Entrambe le cose. Il Maxiprocesso costrinse Cosa Nostra a una trasformazione. La violenza degli anni ’80 fu gradualmente sostituita da un metodo mafioso più invisibile, più economico e meno sanguinario. Parallelamente, anche le istituzioni dovettero ripensare le strategie, riconoscendo che la repressione giudiziaria non fosse sufficiente senza prevenzione e cultura della legalità.
È vero che la mafia, dopo il Maxiprocesso, diventò ancora più potente nell’economia, nella finanza e nella politica?
Sì, la repressione colpì la vecchia guardia, ma aprì spazi più ampi per i cosiddetti “colletti bianchi”. La borghesia mafiosa capì che per sopravvivere doveva internazionalizzarsi e spostarsi nei settori leciti: appalti, banche, mercati finanziari, immobiliari e persino università. La vera eredità “post-Maxiprocesso” fu proprio questa metamorfosi.
Quanto pesa oggi l’eredità di quel processo nella lotta alla mafia contemporanea?
Enormemente. Il Maxiprocesso istituì precedenti giuridici fondamentali: riconobbe l’associazione mafiosa come entità unitaria e strutturata, legittimando l’articolo 416-bis del codice penale. Da allora, ogni maxi-inchiesta sui clan – dalla ’Ndrangheta alla Camorra fino alle altre mafie – si è basata su quella giurisprudenza.
Si parla spesso di “mito” del Maxiprocesso. Non si rischia di idealizzarlo troppo, dimenticando le sue falle?
È vero. Anche quel processo ebbe limiti: alcuni imputati furono assolti, molte sentenze furono ribaltate in appello o in Cassazione. Il sistema carcerario non fu in grado di trattenere certi boss a lungo termine. Chiamarlo “mito” però significa riconoscere che, nonostante i limiti, segnò, di fatto, una rinascita civile e morale nella società civile italiana. Questo aspetto non può essere sottovalutato.
Se Giovanni Falcone fosse vivo oggi, come giudicherebbe i risultati ottenuti dopo il Maxiprocesso?
Credo sarebbe deluso soprattutto dall’indifferenza generale che regna sul tema delle mafie. Vedrebbe che la criminalità organizzata non è stata sconfitta, ma è soltanto più discreta, più colta, più globale di quella dei suoi tempi. Credo chiederebbe, aggiornare il suo metodo di contrasto alla contemporaneità. Apprezzerebbe, tuttavia, la consapevolezza civile dei più giovani essendo la stessa molto più radicata rispetto al passato.
Siamo arrivati all’ultima domanda. Professore, secondo lei sarebbe possibile oggi un secondo Maxiprocesso di quella portata storica e giudiziaria?
In senso tecnico, sì. In senso politico e morale, molto meno. Oggi la mafia non si combatte con un’aula bunker ma con il controllo dei flussi finanziari, delle reti digitali e del consenso sociale. Il Maxiprocesso del futuro sarà invisibile e il suo successo dipenderà dalla capacità di riconoscere la mafia proprio dove non spara più.
Vincenzo Musacchio, giurista, criminologo, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark. È noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche d’indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto “Legalità Bene Comune” nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia.