
Dagli interrogatori svoltisi presso la Questura di Milano, che hanno visto protagonisti i quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, si rafforza l’ipotesi di omicidio volontario a carico dell’assistente capo di 42 anni. L’agente è accusato di aver sparato e ucciso il 28enne Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo lo scorso 26 gennaio. Davanti al PM Giovanni Tarzia, gli altri agenti indagati hanno fornito precisazioni cruciali che hanno modificato sensibilmente le loro versioni precedenti. Ne è emerso un quadro di gestione “opaca” delle operazioni antidroga da parte del 42enne. L’elemento più inquietante riguarda l’arma della vittima: l’ipotesi degli inquirenti è che la pistola a salve ritrovata accanto a Mansouri possa essere stata posizionata sul luogo del delitto solo successivamente, non essendo mai stata impugnata dal giovane.
Il boschetto dietro la metropolitana dove è stato ucciso un giovane dalla polizia, via Impastato a Milano (Ansa)
Versioni a confronto e difesa dalle accuse
Tutti e quattro i poliziotti hanno risposto alle domande degli investigatori della Squadra Mobile in interrogatori proseguiti fino a tarda sera. L’avvocato Massimo Pellicciotta, legale di una poliziotta, ha riferito che la sua assistita “si è difesa dalle contestazioni puntualizzando la sua posizione”. L’avvocato Antonio Buondonno, che assiste altri due agenti impegnati nel fermo di un pusher bengalese poco prima della sparatoria, ha confermato che i suoi clienti “hanno offerto precisazioni” determinanti. L’avvocato Matteo Cherubini ha parlato di posizione “chiarita” anche per il quarto agente, colui che si trovava accanto all’assistente capo al momento dello sparo.
Milano, sparatoria in zona Rogoredo (Ansa)
Il presunto inquinamento delle prove e i ritardi
Secondo le accuse originali – basate su analisi di telecamere, telefoni, rilievi della Scientifica e testimonianze – i quattro avrebbero aiutato il collega a “eludere le investigazioni”. In particolare, avrebbero omesso di segnalare la presenza di testimoni sul luogo del delitto e avrebbero fornito versioni false sui propri movimenti e sulle condotte dei soggetti presenti.
Pesantissima è anche la contestazione sui soccorsi: gli agenti non avrebbero allertato immediatamente l’autorità sanitaria mentre Mansouri giaceva a terra agonizzante, accumulando un ritardo superiore ai 20 minuti.
La scelta dei poliziotti di non avvalersi della facoltà di non rispondere sembra aver ribaltato parte dello scenario. Dai verbali odierni si delineerebbe una gestione definita “marcia” di alcune operazioni condotte dall’assistente capo, oltre a rapporti pregressi e forti tensioni tra il 42enne e la vittima.