
Ai democratici iraniani, per mettersi alle spalle la Repubblica islamica non servono i boots on the ground, cioè gli stivali sul terreno di un esercito straniero.
Ne è convinto Andrew Ghalili, analista dell’Unione nazionale e democrazia per l’Iran, organizzazione della diaspora iraniana con base a Washington: “Mi aspetto di vedere delle manifestazioni da parte degli iraniani, ma prima gli attacchi israeliani e americani dovranno continuare per qualche giorno, forse settimane, così da indebolire il regime e la sua capacità repressiva. Le persone non possono scendere in piazza ora, mentre Teheran è sotto le bombe e le autorità potrebbero ancora massacrarle, come è accaduto a gennaio. Anche gli attacchi dello scorso giugno contro l’Iran furono seguiti da manifestazioni, ma a distanza di tempo. Stavolta di tempo ce ne vorrà meno. Il principe ereditario Reza Pahlavi l’ha detto, arriverà il momento di manifestare. Il presidente Trump ha usato le stesse parole”.
Trump che intanto ha dichiarato di voler dire la sua sulla futura leadership di Teheran.
Prosegue Ghalili: “Qualsiasi scenario in cui questo regime sopravvivesse, che sia con il figlio di Khamenei o con un cosiddetto riformista alla guida, contrasterebbe con gli obiettivi della Casa Bianca: non esiste nessuno dentro l’attuale regime che voglia collaborare con gli Stati Uniti e Israele, che possa liberarsi del programma nucleare o missilistico o dei proxy che destabilizzano la regione. Inoltre ci sarebbe una carenza di legittimità democratica, ma non credo Trump si faccia in realtà troppe illusioni sull’esistenza di figure interne all’attuale regime con cui poter effettivamente lavorare”.