Dodici secondi che avrebbero segnato la differenza tra una giornata come tante e la sfiorata strage che comunque ha portato alla morte di due persone e al ferimento di cinquanta passeggeri.
Secondo gli accertamenti della Polizia locale il macchinista che era alla guida del tram 9, deragliato il 27 febbraio a Milano, era stato al telefono almeno fino a dodici secondi prima che il suo mezzo saltasse una fermata e imboccasse a cinquanta all’ora lo scambio direzionato verso sinistra: da lì lo schianto contro un palazzo e la morte di Ferdinando Favia e Okon Johnson Lucky. Il primo, sessantenne commerciante di Vigevano, era in procinto di sposarsi di lì a poche settimane con la compagna di una vita. Il secondo era un cittadino senegalese di 57 anni.
Il tramviere ha sempre dichiarato la propria innocenza, parlando di un malore “mentre andavo. Ho avuto un dolore alla gamba, poi un mancamento… Non ho visto più nulla, era diventato tutto nero e ho perso il controllo. Ho ripreso conoscenza solo quando ho sbattuto contro quel palazzo”. Un testimone aveva affermato che quel giorno di febbraio il mezzo stesse andando “come un missile”. Lo schianto è stato contro la vetrina di un ristorante all’angolo tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto,
La questione ruota tutto a ciò che è accaduto in quella manciata di minuti subito antecedenti al deragliamento: secondo la Pm Elisa Calanducci è stato subito chiaro che l’autista stesse andando troppo veloce per la curva da effettuare. Gli agenti della Polizia locale stanno quindi lavorando capire quanto, e se, il tempo speso al cellulare sia coincidente con le fasi che hanno portato all’incidente. Una risposta più chiara si potrà avere nel momento in cui si potrà aprire la scatola nera del tram 9.
Per la difesa dell’autista (i legali Benedetto Tusa e MirkoMazzali) la comunicazione al cellulare si sarebbe invece interrotta almeno un minuto e mezzo prima dello schianto: una chiamata durata 3 minuti e 40 secondi durante i quali il macchinista avrebbe parlato con il collega che gli aveva dato il cambio più o meno mezz’ora prima.
Lo stesso collega con cui, in piazza Oberdan, aveva sistemato poco prima la pedana per far salire a bordo un disabile, operazione che poi in zona stazione Centrale avrebbe fatto da solo, ferendosi al piede sinistro. Proprio il ferimento dell’arto gli avrebbe causato, a suo dire, quel malore che mezz’ora dopo gli avrebbe causato la “sincope vasovagale” con conseguente perdita dei sensi.
“I processi si dovrebbero fare nelle aule, non violando il segreto istruttorio. Detto questo, i dati tecnici (gps e analisi dati telefonici) smentiscono la ricostruzione data alla stampa, che peraltro dimostrerebbero che l’indagato non era al telefono al momento dell’impatto”: questo il secco commento dell’avvocato Mirko Mazzali, uno dei legali del tranviere che risulta indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni colpose e che non ha mai segnalato il malore alla centrale operativa di Atm.
Ieri gli agenti, insieme ai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, si sono presentati nell’azienda milanese e in una sede dislocata del ministero dei Trasporti per un ordine di esibizione documenti. Sono state prese carte sul trame sul macchinista, da quelle sulla manutenzione alle “circolari interne per l’uso dei telefoni mobili in cabina”.
