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Home » Dietro le quinte della “mafia” senegalese
Cronaca

Dietro le quinte della “mafia” senegalese

Di Sala Notizie14 Aprile 20267 min di lettura
Dietro le quinte della “mafia” senegalese
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Professor Musacchio, si parla spesso di “mafia senegalese” in relazione al commercio abusivo e al traffico di stupefacenti. Possiamo parlare di mafia, è un termine corretto o stiamo forzando la mano?
La parola “mafia” è affascinante per i titoli di giornale, ma tecnicamente è spesso impropria se non è adeguatamente specificata e contestualizzata. Se per mafia intendiamo un’organizzazione gerarchica, con riti di iniziazione e controllo capillare del territorio in stile ‘ndrangheta, allora siamo fuori strada. Se però intendiamo network criminali fluidi, capaci di gestire traffici internazionali tra Africa ed Europa, allora il discorso cambia. Più che di mafia, parlerei di “rete organizzata”.

Quali sono i loro principali settori di attività?
Le reti senegalesi sono leader in due settori principali. Gestiscono filiere incredibili di contraffazione. Non producono quasi nulla in Italia ma importano dalla Cina o dalla Turchia, utilizzando basi logistiche in Senegal per poi smistare la merce in Europa (soprattutto in Italia, Spagna e Francia). Negli ultimi anni sono diventati attori chiave nel transito della cocaina e delle droghe sintetiche. Il Senegal è un “hub” di passaggio per la droga che dal Sud America va verso l’Europa. In Italia, spesso collaborano con altre organizzazioni per lo spaccio al dettaglio in zone urbane specifiche.

Come si manifestano concretamente nelle nostre città?
A differenza di altre organizzazioni più aggressive, i network senegalesi nelle città italiane (come Torino, Milano, Castel Volturno, Roma e Firenze) tendono a mantenere un profilo basso per non attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. Non controllano intere piazze di spaccio in modo militare (come farebbe la camorra), ma si muovono con piccoli scambi rapidi, utilizzando biciclette o monopattini per rendere difficili gli inseguimenti nei centri storici. Utilizzano spesso appartamenti “di appoggio” in quartieri multietnici (es. San Salvario a Torino o via Padova a Milano), dove la droga è frazionata e preparata in dosi piccolissime pronte per il successivo spaccio.

Come si rapportano con le mafie italiane?
Oggi la maggior parte delle organizzazioni criminali collaborano tra loro. Raramente c’è scontro. Le mafie italiane, come ad esempio la camorra, hanno compreso che è più redditizio affittare il territorio. Se vuoi vendere borse false sul marciapiede a Napoli, devi comprare la merce dai magazzini controllati dai clan locali o pagare una “tassa di occupazione”. I senegalesi sono visti come ottimi lavoratori della logistica criminale: sono discreti, affidabili e raramente collaborano con la giustizia. Sono utilizzabili in molteplici settori criminali.

Come riescono a essere uniti tra loro?
Nella maggior parte dei casi, come i nigeriani, sono confraternite religiose (spesso legate al muredismo) che nelle comunità oneste servono a sostenersi a vicenda, a pregare e a integrarsi. La criminalità, purtroppo, si infiltra in queste strutture di mutuo soccorso. Il legame non è basato sul terrore o sui riti “voodoo”, ma sulla lealtà etnica e religiosa. Se tradisci il gruppo, non colpiscono solo te, ma sei ostracizzato dalla tua comunità sia in Italia sia in Senegal, un destino che per molti è peggiore della prigione.

Secondo il suo parere esiste il rischio di etichettare un’intera comunità, che in Italia è generalmente molto ben integrata?
La stragrande maggioranza dei senegalesi in Italia sono lavoratori onesti, spesso impiegati nelle fonderie, nell’agricoltura o nella logistica legale. Le reti criminali sfruttano proprio la vulnerabilità dei nuovi arrivati. Se un giovane arriva e non ha documenti, il “network” gli offre un alloggio, un borsone di merce contraffatta e protezione. Non è una scelta, spesso è sopravvivenza.

Corrisponde alla realtà il fatto che il Senegal è diventato negli ultimi anni uno dei principali snodi logistici (hub) del narcotraffico mondiale?
La sua posizione geografica, con il porto di Dakar che si affaccia sull’Atlantico e confini porosi verso l’entroterra saheliano, sicuramente lo rende il ponte perfetto tra i produttori sudamericani e i mercati europei. Il Senegal è un ottimo punto di stoccaggio intermedio. I cartelli sudamericani (soprattutto colombiani e brasiliani) inviano carichi massicci via nave. La droga viaggia su grandi navi cargo o pescherecci d’altura. Il carico, spesso, è trasbordato in mare aperto su imbarcazioni più piccole che approdano lungo le coste della Casamance (regione a sud del Senegal) o direttamente nel Porto di Dakar. Una volta stoccata, la cocaina è ripartita in carichi minori e spedita in Europa (Spagna, Italia, Francia) tramite “muli” sui voli di linea o nascosta in container di prodotti legali (frutta tropicale, pesce congelato).

In quest’area, quali rotte specifiche segue la droga?
La droga che entra dal Senegal o dalla Guinea-Bissau risale verso nord attraverso il Mali e la Mauritania. Qui i narcotrafficanti devono negoziare con gruppi ribelli, milizie locali e, in alcuni casi, formazioni jihadiste che tassano il passaggio dei convogli in cambio di protezione. Raggiungere le coste del Nord Africa (Marocco, Libia, Algeria) per poi attraversare il Mediterraneo verso le coste italiane o spagnole su gommoni veloci.

Sembra che il Senegal stia affrontando un’emergenza interna legata anche a nuove sostanze sintetiche, le risulta?
Oltre al transito di cocaina, i commerci di sostanze stupefacenti riguardano anche le droghe sintetiche. Tra quelle trafficate nell’area Sub-Sahariana c’è il “kush”, droga sintetica a basso costo (spesso un mix di cannabis, fentanyl e sostanze chimiche) che sta devastando le periferie di Dakar. Proviene principalmente dalla Sierra Leone e dalla Guinea. C’è anche il “tramadolo”, oppioide sintetico che arriva dall’Asia (India/Cina) e attraversa il Senegal per rifornire sia il mercato locale che le zone di conflitto nel Sahel, dove viene usato dai combattenti per inibire fatica e paura. Queste reti criminali sfruttano i legami familiari tra Dakar, Parigi e Milano per la distribuzione al dettaglio.

In conclusione, qual è la sfida che ci attende nei prossimi anni?
Contrastare queste reti è una sfida complessa perché non ci si trova davanti a un “nemico” unico e centralizzato, ma a una galassia di piccoli gruppi interconnessi tra loro. La strategia attuale delle autorità italiane e internazionali si muove su tre livelli principali: investigativo, finanziario e sociale. Come sempre la cooperazione internazionale diventa indispensabile per spezzare l’asse Roma-Dakar. Occorre poi colpire il sistema “hawala” che serve per il riciclaggio del denaro sporco. È indispensabile spezzare il reclutamento. Il porto di Dakar movimenta migliaia di container ogni giorno, controllarli tutti è impossibile. Il rafforzamento delle attività di controllo con nuovi strumenti tecnologici, pertanto, diventa essenziale. La frontiera con la Guinea-Bissau è una foresta intricata dove il controllo statale è davvero minimo. Gran parte dei profitti è riciclata nel settore edilizio a Dakar, che sta vivendo un boom immobiliare fuori dal comune. Bisogna colpire i flussi finanziari che tornano a Dakar e, soprattutto, offrire alternative legali. Finché la criminalità sarà l’unica agenzia di “welfare” per chi arriva, queste reti continueranno a prosperare.

Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark, è noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche di indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto “Legalità Bene Comune” nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia.

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