Un anno fa, era giusto il maggio del 2025, Emanuele Michieletti, ex primario di Radiologia dell’ospedale Guglielmo da Saliceto di Piacenza, accusato di violenza sessuale e stalking ai danni di dottoresse e infermiere del reparto da lui diretto, era finito agli arresti domiciliari.
Ora, la Procura di Piacenza ha chiuso le indagini sul medico emiliano.
Gli atti notificati nei giorni scorsi indicherebbero otto persone offese. La misura dei domiciliari era stata revocata a novembre.
Da gennaio 2026 non è più dipendente dell’Ausl di Piacenza – si è dimesso – e lavora in un centro diagnostico privato, senza alcuna limitazione all’esercizio della professione.
L’avvocato di Michieletti, Pietro Roveda, alla luce della chiusura delle indagini, ha parlato, al quotidiano piacentino ‘Libertà’, di un “atto dovuto: produrremo le memorie difensive nei termini di legge e valuteremo se sottoporci a un interrogatorio”.
Secondo quanto emerso, alcune delle otto donne avrebbero presentato querele formali, elemento che potrebbe pesare in un eventuale processo: diverso, infatti, è che siano vittime individuate dagli investigatori o che abbiano sporto denuncia autonomamente.
Indagini: 32 presunti episodi di violenza sessuale durante l’orario di servizio
Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile e coordinate dalla Procura avrebbero documentato attraverso intercettazioni audio e video fatte nell’arco di un mese e mezzo nello studio del medico 32 presunti episodi di violenza sessuale durante l’orario di servizio.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il primario, che era percepito nel reparto come una figura potente con conoscenze importanti, avrebbe esercitato pressioni psicologiche legate al suo ruolo ricoperto per compiere atti sessuali sulle dipendenti anche durante attività lavorative.
Sulla vicenda dell’ormai ex primario piacentino si è fatta sentire anche la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri che, attraverso il suo presidente, Filippo Anelli, “auspica tempi brevi per la conclusione dell’iter giudiziario” a suo carico.
Polemica sulla revoca della sospensione dalla professione
Sul fatto che dopo aver passato sei mesi agli arresti domiciliari, il medico sia tornato al suo lavoro, anche se in uno studio privato, vista la revoca della sospensione da parte l’ordine dei medici, Anelli chiarisce che sono state seguite le procedure previste per legge. La sospensione dalla professione, rileva, “è legata al provvedimento cautelare; dunque, fino a quando il soggetto è agli arresti domiciliari, la sospensione è attiva. Terminato tale periodo, la sospensione non è più valida e si deve attendere la conclusione del processo salvo diverse decisioni da parte del giudice”. Di fatto, “l’Ordine non ha il potere di radiare o sospendere il professionista in questione se non su disposizione del giudice o fino al termine del processo, dal momento che vige la presunzione di innocenza”. Posizione condivisa anche dall’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Piacenza: “Non è costume dell’Ordine giudicare un proprio iscritto prima che le responsabilità siano accertate dalla magistratura, soprattutto in situazioni di tali gravità”.
