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Home » Addio a Sandro Mazzola, l’eterno simbolo della Grande Inter. Essenza del romanticismo calcistico
Sport

Addio a Sandro Mazzola, l’eterno simbolo della Grande Inter. Essenza del romanticismo calcistico

Di Sala Notizie19 Settembre 20264 min di lettura
Addio a Sandro Mazzola, l’eterno simbolo della Grande Inter. Essenza del romanticismo calcistico
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“Mi chiamavano il Baffo”. Chi è  nato dopo il 1977, l’anno in cui Sandro Mazzola lascio’ il calcio, deve affidarsi alle fotografie, ai filmati d’epoca, spesso in bianco e nero, e ai racconti di chi quel fenomeno lo vide davvero giocare, correre, dribblare, segnare e diventare uno dei simboli della Grande Inter di Helenio Herrera. Ma tutto, quando si trattava di Sandro Mazzola, partiva da quel dettaglio fisico, da quei baffi sottili e inconfondibili che finirono per diventare parte della sua immagine, anche da dirigente e commentatore, insieme alle maniche della maglia tirate su, alle accelerazioni improvvise e a quella corsa leggera, a tratti fulminea, capace di sorprendere avversari e tifosi. Ma dietro il Baffo c’era soprattutto un calciatore difficile da definire secondo le categorie di oggi. Mezzala, seconda punta, centravanti, piu’ tardi anche uomo di costruzione. “Nel calcio attuale farei sicuramente la mezzapunta”, racconto’ anni dopo Mazzola, ricordando di aver giocato dietro il centravanti, prima con l’8 e poi con il 10. La Hall of Fame della FIGC lo descrive in poche parole: “Velocissimo, con un gran dribbling e lucido sottoporta” ma con il passare degli anni seppe anche arretrare il proprio raggio d’azione e partecipare maggiormente alla costruzione del gioco. Nel 1977, poco prima del ritiro, El Pai’s ne traccio’ un profilo ancora piu’ completo, sottolineandone la tecnica, la rapidita’ della falcata, la capacita’ di costruire il gioco e la potenza del tiro. Mazzola, insomma, non era soltanto uno capace di saltare l’uomo: poteva accompagnare l’azione, rifinirla e poi concluderla con freddezza.

E’ una delle sue giocate preferite a raccontare bene quel tipo di calcio di cui Mazzola divenne protagonista assoluto. E fu lui stesso a descriverla ricordando una partita celebrativa disputata nel 1971 al Bernabe’u insieme a Euse’bio, il campione portoghese. Era un movimento che provava spesso anche con l’Inter: arretrava verso il centrocampo e poi, all’improvviso, “partiva sparato” verso la porta. Una sorta di elastico: venire incontro, attirare fuori l’avversario e poi attaccare lo spazio alle sue spalle. Era anche per questo che Mazzola si adattava perfettamente al calcio di Helenio Herrera. La Grande Inter e’ rimasta nell’immaginario soprattutto per la solidita’ difensiva, ma una parte decisiva di quel sistema era cio’ che accadeva appena veniva riconquistato il pallone. Luis Sua’rez e Mario Corso potevano verticalizzare rapidamente, mentre davanti la velocita’ di Jair e Mazzola trasformava in pochi passaggi una situazione difensiva in un’occasione da gol. C’e’ poi un altro aneddoto che aiuta a raccontare Mazzola dentro e fuori dal campo, nei suoi modi misurati e spesso ironici, ma sempre lucido e chiaro nelle osservazioni. Vienna, 27 maggio 1964, finale di Coppa dei Campioni. Dall’altra parte c’era il Real Madrid di Alfredo Di Ste’fano e Ferenc Puska’s. Nel tunnel Mazzola si trovo’ davanti Di Ste’fano, il calciatore che aveva idolatrato da ragazzo. “Per me era alto due metri”, avrebbe raccontato alla Uefa molti anni piu’ tardi. Rimase quasi immobile a guardarlo. In un’altra intervista ricordo’ che fu Luis Sua’rez a riportarlo alla realta’: bisognava smettere di ammirare il campione argentino e andare a giocare la finale. Mazzola segno’ due volte. L’Inter vinse 3-1 e conquisto’ la prima Coppa dei Campioni della propria storia. Il ragazzo che pochi minuti prima fissava Di Stefano come un tifoso finì per oscurare il suo idolo. Ma l’incontro più importante, per lui, arrivò dopo la partita. Mazzola aspetto’ Puskas fuori dallo spogliatoio del Real Madrid. L’ungherese aveva affrontato il padre, Valentino, e gli rivolse parole che la bandiera dell’inter conservo’ per tutta la vita: “Posso dire che forse sei degno di lui”, gli disse, secondo il racconto fatto da Mazzola a Repubblica nel 2024. Il peso di un confronto, quello con il padre, lo aveva accompagnato fin da bambino.

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