
Niscemi è interessata da un dissesto geologico profondo e strutturale, attivo da secoli e legato alla sua stessa configurazione geomorfologica. Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Roberto Troncarelli, a Cinque Minuti su Rai1, richiamando la frana del 12 ottobre 1997 come riattivazione di un antico movimento profondo e non come evento eccezionale.
L’abitato sorge su un pianoro sabbioso poggiato su argille impermeabili, una condizione che favorisce grandi scivolamenti roto-traslativi innescati dall’erosione regressiva del Torrente Bonifizio e dall’aumento delle pressioni interstiziali, aggravate nel tempo da urbanizzazione e scarichi non controllati. Le indagini geologiche e il monitoraggio strumentale eseguito nel 2000 hanno indicato che il fenomeno è oggi in quiescenza relativa, ma non stabilizzato, con superfici di scorrimento profonde fino a 30-35 metri. Secondo Troncarelli, non esistono soluzioni tecniche in grado di garantire una stabilizzazione definitiva del versante. Gli interventi possibili sono esclusivamente di mitigazione del rischio e gestione dell’emergenza, mentre la pianificazione territoriale deve puntare alla riduzione dell’esposizione. Da qui la conclusione netta: Niscemi non va ricostruita nelle aree instabili, ma progressivamente delocalizzata, perché il dissesto non è eliminabile e il rischio è destinato a riproporsi nel tempo.