Il pedagogista dell’Università della Calabria propone, nel saggio “L’algoritmo educativo e i suoi nemici. Strategie pedagogiche per orientarsi nella metamorfosi del mondo” (Studi sulla Formazione, 2026), di riconvertire la logica degli algoritmi commerciali per stimolare il pensiero critico. Dalla lezione di Cambridge Analytica alla trasformazione antropologica in atto, fino ai ritardi di scuola e università: “Siamo alla vigilia di una rivoluzione, ma l’accademia si comporta come se nulla dovesse cambiare”.
Professor Caligiuri, gli algoritmi delle grandi piattaforme si sono dimostrati straordinariamente efficaci nell’orientare i consumi e i comportamenti. È realistico immaginare di “riconvertirli” per stimolare il pensiero critico invece che l’impulso all’acquisto?
La guerra di intelligenze in atto tra quella umana e quella artificiale è talmente decisiva che non si può trascurare di percorrere nessuna strada. Anche quella di ipotizzare un algoritmo, che io definisco “educativo”, per contrastare l’algoritmo commerciale sul quale, con indubbi risultati, si sta sviluppando il capitalismo digitale. Con tutte le cautele e i rischi, si tratterebbe di attivare aree diverse del cervello, quelle preposte al ragionamento. Occorre studiare questa ipotesi, approfondendola in maniera adeguata. Non so se sia realistica, ma indubbiamente è una possibilità.
Il caso Cambridge Analytica ha mostrato quanto pochi dati bastino per profilare orientamenti politici e personali. Oggi, a distanza di anni, i cittadini sono più consapevoli o si fidano ancora di più degli algoritmi, talvolta persino più che dei professionisti in carne e ossa?
Secondo me, vista l’esplosione dell’utilizzo delle piattaforme social, che tecnicamente nel 2030 avranno invaso tutte le zone del pianeta, questa consapevolezza non è molto diffusa. E oggettivamente non so fino a quanto possa esserlo. Il problema è che gli esseri umani chiedono soluzioni facili, che spesso trovano nel mondo digitale. Il tema della privacy e della riservatezza viene dopo. Se devo andare in vacanza a Napoli e trovo un’offerta conveniente di un albergo, non ho nessuna difficoltà a indicare le mie generalità e i dati della mia carta di credito. La realtà è questa. Non è del tutto prudente, ma è questa.
Lei osserva che il dibattito sull’intelligenza artificiale si concentra quasi solo sui posti di lavoro a rischio. Qual è, a suo giudizio, la vera posta in gioco che stiamo trascurando?
Il tema dei posti di lavoro è certamente importante, anche perché per anni si sono dette molte cose imprecise a riguardo. L’intelligenza artificiale è in grado di svolgere già adesso gran parte dei lavori umani molto meglio ed è in costante e velocissimo miglioramento. La vera posta in gioco è che attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale si sta realizzando una trasformazione antropologica, per cui l’uomo è destinato a vivere sempre più in simbiosi con le macchine. Secondo lo studioso americano Kevin Kelly è una prospettiva “inevitabile”. E noi ancora perdiamo tempo a chiederci se l’intelligenza artificiale potrà superare quella umana. Non è questo il tema del dibattito, peraltro già superato. Saremo presto di fronte a un nuovo essere umano, per cui quasi tutte le parole, le categorie culturali, i concetti mentali, le teorie giuridiche, le pratiche educative, le ricostruzioni storiche che ancora oggi ci ostiniamo a utilizzare saranno presto inservibili per descrivere la realtà.
A differenza del nucleare, rimasto sotto il controllo degli Stati, l’intelligenza artificiale è oggi nelle mani di poche imprese private globali. Che margini hanno le democrazie per recuperare un ruolo di indirizzo, e con quali strumenti?
Realisticamente, non penso tantissimi. Nell’Occidente liberale e democratico, da tempo i poteri economici orientano quelli politici, come aveva profeticamente ipotizzato Ulrich Beck, con il muro di Berlino ancora in piedi. La democrazia più influente dell’Occidente, quella americana, esprime come presidente un imprenditore miliardario, che è stato sostenuto nell’ultima campagna elettorale dall’uomo più ricco del mondo. Abbiamo bisogno di altro per capire che nelle democrazie l’economia prevale sulla politica? Non sono pochi i casi in cui i Parlamenti sono costretti a giustificare decisioni di fatto assunte altrove. Inoltre, nell’epoca della globalizzazione i sistemi autoritari sono avvantaggiati rispetto a quelli democratici, in quanto decidono più velocemente: circostanza che, ai tempi della comunicazione globale, diventa un fattore determinante.
Chi decide che cosa sia “educativo”? Non c’è il rischio che un algoritmo progettato per formare i cittadini diventi, a sua volta, uno strumento di condizionamento, sia pure a fin di bene?
È questo il punto decisivo. In una società sempre più complessa, dove i valori di riferimento si stanno modificando radicalmente, quale organismo o quali persone sono preposte a decidere cosa sia morale ed educativo? La pietra miliare dovrebbe essere la centralità e la dignità della persona, come ha ribadito Leone XIV nella “Magnifica Humanitas”: che è, ovviamente, un’autorità religiosa e non politica. Com’è noto, ogni cosa si può trasformare nel suo esatto contrario. Il dittico latino “bonum et malum” spiega in maniera molto evidente questa circostanza. In una società che è contemporaneamente atomizzata e standardizzata non è semplice riuscire a individuare valori condivisi. Non a caso, lo sviluppo della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale non è per nulla un problema tecnologico, ma pone l’uomo di fronte alle proprie responsabilità. Tema davvero complicato, soprattutto se ci riferiamo alle riflessioni del filosofo tedesco Günther Anders il quale, dopo la Seconda guerra mondiale, segnata dagli orrori di Hiroshima e della Shoah, ricordava che “l’uomo è inconsapevole delle conseguenze delle proprie azioni”.
Harari ipotizza due umanità: una minoranza che governa le tecnologie e una maggioranza destinata a subirle. La scuola e l’università italiane sono attrezzate per evitare questo scenario, o anche il mondo accademico ha smarrito la propria funzione critica?
Secondo me, Yuval Noah Harari è uno dei più lucidi intellettuali dell’inizio del XXI secolo, in quanto interpreta la realtà non nell’immediatezza dell’attualità ma con la profondità dello storico. Pertanto, bisogna dire le cose come stanno. Dal 1968 in poi, progressivamente scuola e università hanno sviluppato la tendenza a essere soprattutto degli ammortizzatori sociali per studenti e docenti, piuttosto che luoghi di formazione critica e di creazione del futuro. Al di là della propaganda, i dati educativi italiani confermano da decenni in modo evidente questa realtà. In un recente articolo, Giovanni Lo Storto ha invitato l’università italiana ad abbandonare i vecchi riti e la continuità, promuovendo l’innovazione. L’innovazione autentica, e non gli interventi dimostrativi e di facciata, rompe però gli equilibri di potere su cui si è ingessata da tempo l’accademia. E gli stessi beneficiari non consentiranno mai alcun cambiamento. C’è bisogno di scelte immediate, radicali e coraggiose, perché il sistema rischia di essere presto travolto. È come se fossimo alla vigilia della Rivoluzione francese, ma i mandarini degli atenei continuano a comportarsi come se tutto potesse continuare come prima.
