“Nata nel 1994 e cresciuta a Como, mediatrice culturale, libanese, palestinese e araba di appartenenza“. Si presenta così sul sito di un’associazione Sagia Hammoud, la moglie di Youssef Siher, il ricercatore agli arresti con l’accusa di terrorismo. Secondo la Procura di Milano che la indaga per ‘istigazione a delinquere‘, avrebbe coordinato assieme al marito, la chat del ‘Movimento 17 ottobre‘.
Fonti investigative riferiscono all’AGI che “è cittadina italiana, non ha precedenti penali e condivideva le idee del marito oltre a essere un’esponente di spicco del gruppo dei Giovani Palestinesi di Milano“.
“Ho viaggiato tra Valenciennes, Bruxelles e Beirut, luoghi in cui ho lasciato un pezzo del mio cuore e dove ho riscoperto parti di me stessa. Grazie ai diversi percorsi di vita e alle persone che mi hanno affiancato, ho acquisito una nuova consapevolezza di me” – prosegue la giovane donna nella sua autobiografia – Il mio girovagare mi ha consentito di affinare le mie conoscenze dell’inglese e del francese che, insieme alle mie lingue madri – arabo e italiano – formano oggi il mio bagaglio linguistico“.
“Appassionata di Palestina, lettura, scrittura, musica, collage, pittura e di tutte le forme d’arte politica che si possano concepire“, la donna si definisce affascinata da tutto ciò “che mi consente di esprimermi in modo non verbale” e afferma di rifiutare “l’idea di dover necessariamente ‘eccellere’ o ‘produrre'” e di avere l’aspirazione a dedicarsi “a ciò che mi fa stare bene senza troppe pretese” e di contribuire a una “societa’ che non lasci nessuno indietro“.
Su Instagram si trova un suo intervento sulla vicenda di Ramy Elgaml, 19 anni, morto durante un inseguimento dei carabinieri la notte tra il 24 e il 25 novembre 2024 nel quartiere milanese Corvetto: “Il caso Ramy – è la sua riflessione in un post – ci costringe a confrontarci con un sistema che non ha saputo e che non vuole affrontare le sue contraddizioni interne“.
Nel testo scritto con il marito sulla morte di Ramy Elgaml, si legge “L’uccisione di Ramy da parte dello Stato rappresenta la punta di un iceberg le cui radici affondano non solo nella gestione repressiva delle periferie, ma anche nella narrazione dominante veicolata dalla politica, dai media e da ampi settori della società civile, in un contesto generale permeato da intolleranza verso l’altro. Le periferie delle città si sono trasformate in luoghi di confinamento e controllo, dove la presenza delle minoranze razzializzate viene sistematicamente criminalizzata“.

