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Home » Contributi all’editoria: aumenti, tagli e crisi del giornalismo tradizionale
Politica

Contributi all’editoria: aumenti, tagli e crisi del giornalismo tradizionale

Di Sala Notizie31 Maggio 20264 min di lettura
Contributi all’editoria: aumenti, tagli e crisi del giornalismo tradizionale
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Dal rendiconto finanziario 2025 della Presidenza del Consiglio emerge che i fondi pubblici per l’editoria, giornali, tv e radio, sono aumentati, mentre quelli destinati al disagio giovanile e alle politiche di sostegno ai giovani sono diminuiti. Lo scrive oggi Il Fatto Quotidiano

Nonostante il continuo aumento delle risorse a disposizione l’editoria pubblica italiana è come un paziente in cura palliativa. Le copie crollano ovunque: non sta guarendo, ma si continua ad aumentare la somministrazione di medicine. Il problema forse non è la dose, ma una malattia strutturale: il modello economico del giornalismo tradizionale è in crisi in tutto il mondo, non solo in Italia.

Se si guardano i dati pubblici, i più recenti sono della seconda rata 2024 e pubblicati a marzo 2026, le prime quindici testate per contributo totale sono: Dolomiten (6,17 milioni), Famiglia Cristiana (6 milioni), Avvenire (5,54 milioni), Libero (5,4 milioni), ItaliaOggi (4,06 milioni), Il Quotidiano del Sud (3,69 milioni), Libertà (3,51 milioni), Gazzetta del Sud (3,31 milioni), Il Manifesto (3,25 milioni), La Gazzetta del Mezzogiorno (2,43 milioni), Corriere Romagna (2,21 milioni), CronacaQui (2,2 milioni), Il Foglio (2,09 milioni), L’Identità (1,77 milioni), Primorski Dnevnik (1,68 milioni).

I contributi non appaiono classificabili sull’asse politico destra-sinistra. In testa c’è il giornale di una minoranza linguistica, il Dolomiten, e poi fogli cattolici come Famiglia Cristiana e Avvenire. Il Manifesto, testata storica della sinistra extraparlamentare, riceve 3,25 milioni e Libero ne riceve 5,4. Non è un sistema che premia solo un lato.

Secondo la ‘riforma Lotti’, in vigore dal 1° gennaio 2019, lo stato rimborsa il 35% delle spese effettivamente sostenute dagli editori. Il problema non è nel meccanismo di rimborso in sé, ma in chi può accedervi. La legge nasce per sostenere le cooperative di giornalisti e le piccole testate indipendenti. Il finanziamento diretto avrebbe uno scopo preciso e limitato: sostenere il pluralismo dell’informazione aiutando in particolare le piccole testate locali, quelle delle minoranze linguistiche e quelle indipendenti. 

La distorsione però c’è: la forma di cooperativa è usata strumentalmente da diverse testate che ricevono contributi cospicui, da Libero ad ItaliaOggi al Foglio, nonostante abbiano di fatto editori privati. Nel caso di Libero, la società è quella del deputato della Lega Antonio Angelucci; nel caso del Foglio, quella del costruttore Valter Mainetti; nel caso di ItaliaOggi, il gruppo editoriale Class. Angelucci, in particolare, è parlamentare di maggioranza e possiede anche Il Giornale e Il Tempo.

I due giornali esclusivamente digitali che per importo hanno ricevuto i maggiori contributi diretti sono La Discussione, testata vicina al centrodestra, e il Secolo d’Italia, storico quotidiano della destra italiana.

Per i grandi giornali d’opinione come Libero o Il Foglio, l’abolizione dei fondi sarebbe un trauma economico ma probabilmente non fatale: hanno editori con patrimoni rilevanti e ricavi pubblicitari propri. La dipendenza dai contributi è reale ma non esistenziale.

Per le testate di minoranza linguistica, Dolomiten, Primorski Dnevnik e analoghe, i contributi sono invece strutturali. Senza di essi, alcune chiuderebbero nel giro di mesi. Qui il finanziamento pubblico ha una giustificazione culturale e costituzionale forte: tutela l’articolo 6 della Costituzione, che riconosce le minoranze linguistiche.

Per le testate locali e cooperative medio-piccole, il manifesto, i giornali del Sud, le realtà regionali, la situazione è la più critica. Tutti gli editori che accedono ai contributi diretti impiegano complessivamente circa 900 persone tra giornalisti e poligrafici, tutte con contratti a tempo indeterminato. Tagliare i fondi senza una riforma del sistema significherebbe che molte di queste testate chiuderebbero o ridurrebbero drasticamente le redazioni. Non perché non abbiano lettori, ma perché il modello economico del giornalismo locale è in crisi strutturale ovunque in Europa, e lo Stato italiano, a differenza di Francia, Germania e paesi nordici, non ha ancora costruito un sistema alternativo di sostegno.

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