Caracas è in ginocchio dopo essere stata colpita da due violentissime scosse di terremoto, rispettivamente di magnitudo 7.2 e 7.5, distanziate da appena 39 secondi di terrore. L’epicentro del disastro mostra il suo volto più drammatico nel distretto di Chacao, una zona centrale e finanziaria della capitale venezuelana, dove tre edifici sono completamente crollati. Il bilancio provvisorio delle vittime, riferito dal sindaco del municipio Gustavo Duque, è drammatico: si contano già 35 morti, ma il numero è purtroppo destinato a salire.

La tragedia della Torre Petunia 2

Il simbolo di questa catastrofe è la Torre Petunia 2: un intero edificio di 14 piani venuto giù di schianto, ridotto a un cumulo informe di cemento e ferro. Tra quelle macerie si concentra il lavoro frenetico dei soccorritori, assistiti anche da squadre internazionali. Miguel Garcia, un soccorritore messicano arrivato in soccorso con il suo pastore belga Mali, spiega che si stanno cercando ancora una ventina di dispersi. Il cane ha già dato segnali di vita e aiutato a salvare un cagnolino, ma per la sua padrona, estratta purtroppo senza vita, non c’è stato nulla da fare.

Poco distante, un padre e una madre attendono in lacrime notizie della figlia di 32 anni, Angeles Diaz Rojas, rimasta intrappolata in quello che era il terzo piano della torre.

“La speranza muore per ultima”, sussurrano i soccorritori che non smettono di scavare un solo secondo.

Storie di resistenza e solidarietà straordinaria

Accanto alla disperazione ci sono anche storie di miracolosa resistenza. Antonio Fuentes mostra commosso il suo appartamento al primo piano di un palazzo adiacente: la struttura ha subito profonde crepe, si è pericolosamente “seduta”, ma ha retto l’urto. “Questo edificio fu costruito da mani italiane. Ha resistito anche stavolta, come nel ’67”, racconta l’uomo con la voce rotta dal pianto.

Mentre le ruspe e i soccorritori tentano l’impossibile, nelle strade di Chacao è scattata una straordinaria catena di solidarietà. Trattandosi di un quartiere dove la sera rimangono soprattutto i residenti storici, la comunità si conosce stringendosi in un unico grande abbraccio. Sono nati comitati spontanei per la raccolta di indumenti e generi di prima necessità per gli sfollati, e persino gli psicologi offrono consulti gratuiti direttamente sui marciapiedi. Centinaia di giovani volontari si sono messi in fila con picconi e caschi portati da casa, pronti a dare il loro contributo: “Siamo un popolo unito. Oggi tocca a te, domani a me”.

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