È la prima risposta giudiziaria a un caso che ha segnato i rapporti tra Italia ed Egitto. Quattro ufficiali dei servizi di sicurezza egiziani, mai comparsi in aula, attendono la decisione della prima Corte d’Assise a Roma. La Procura chiede l’ergastolo per l’uomo indicato come l’esecutore materiale e 17 anni e mezzo per gli altri tre.
Era il 3 febbraio 2016 quando il corpo di Giulio Regeni fu trovato senza vita a Il Cairo con evidenti segni di violenze e torture. Oggi la prima Corte d’Assise di Roma, presieduta secondo Paola Roja, decide sul destino dei quattro imputati. Il ricercatore friulano era stato sequestrato il 25 gennaio di quell’anno.
Chi sono gli imputati
Si tratta del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. A tutti è contestato il sequestro di persona pluriaggravato. Solo Sharif risponde anche di lesioni personali aggravate e omicidio aggravato, in concorso con persone mai identificate. Nessuno dei quattro ha mai partecipato a un’udienza. Sono formalmente irreperibili da anni per la mancanza di cooperazione egiziana.
Le richieste della Procura di Roma
Il 23 giugno il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo. Il carcere a vita è sollecitato per Sharif, ritenuto l’uomo che avrebbe ucciso Regeni. Le richieste dell’accusa non vincolano il collegio. La Presidenza del Consiglio, attraverso l’Avvocatura dello Stato, ha inoltre chiesto ai quattro un risarcimento di due milioni di euro.
La tesi dell’accusa
Per i pm il movente sarebbe stato la percezione errata di un’attività di intelligence ostile da parte di Regeni. Sequestro e torture sarebbero serviti a strappargli informazioni che, secondo l’accusa, non poteva fornire. Colaiocco ha sostenuto in aula che il processo offre una verità processuale costruita su prove, non una verità intuitiva o emotiva. Un testimone protetto, indicato come “Gamma”, ha riferito di aver sentito Sharif vantarsi del fatto. La difesa di Sharif ha cercato di smontarne l’attendibilità e ha giudicato le prove prive della forza necessaria per giustificare una condanna.
La tesi della difesa
I difensori d’ufficio hanno escluso il coinvolgimento della National Security, sostenendo che il regime non aveva interesse a rovinare i rapporti con l’Italia. Hanno attribuito il sequestro a gruppi terroristici. Come osserva un resoconto sulle arringhe, la Corte tratterà queste affermazioni come tesi di parte e le confronterà con le prove acquisite.
L’irreperibilità degli imputati e la mancata collaborazione dell’Egitto
Il nodo è sempre stato portare a giudizio persone che l’Egitto non ha mai messo in condizione di essere raggiunte. La mancata collaborazione delle autorità egiziane ha impedito per anni di notificare gli atti. Già nell’ottobre 2021 il dibattimento fu sospeso, perché non c’era prova che gli imputati sapessero del procedimento. Allora l’avvocata Alessandra Ballerini parlò di una decisione che premia l’arroganza dell’Egitto. Nel dicembre 2020 Il Cairo aveva del resto chiuso la propria inchiesta, respingendo le conclusioni dei magistrati italiani.
In aula ci saranno ancora Paola Deffendi e Claudio Regeni. Ballerini ha detto che la famiglia non si è mai fatta contaminare dall’odio e non ha chiesto vendetta, ma solo verità e giustizia.

