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Home » ecco come sono morti nella grotta i 5 sub italiani
Cronaca

ecco come sono morti nella grotta i 5 sub italiani

Di Sala Notizie22 Maggio 20264 min di lettura
ecco come sono morti nella grotta i 5 sub italiani
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Si era parlato del cosiddetto “Effetto Venturi“, e del risucchio dentro la grotta maledetta a causa di una forte corrente, ma mammano che passano i giorni, la tesi sembra sempre meno plausibile. A creare le condizioni fatali che hanno causato la morte dei 5 sub italiani morti alle Maldive, probabilmente le bombole, le attrezzature, il corridoio sbagliato. 
Conclusa la missione di recupero dei corpi di Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddeenino e Federico  Gualtieri, si ha un quadro più chiaro della tragedia di Dekunu Kandu, ma sarà l’inchiesta aperta dalla procura di Roma a provare ad unire i punti.

 

Cosè l’effetto Venturi, cosa potrebbe aver intrappolato i sub: le prime ipotesi

Gli esiti delle autopsie 
Elementi in più arriveranno dagli esiti delle autopsie dei cinque sub morti, in programma la prossima settimana; dall’analisi dell’attrezzatura che avevano nell’immersione (muta, bombole, telecamera go-pro, luci, computer, ecc) e dei telefonini, pc, chiavette, hard disk, che avevano lasciato sulla Duke of York. Questi ultimi oggetti sono stati già riportati in Italia da uno dei colleghi della professoressa Montefalcone e sono stati sequestrati dalla squadra mobile di Genova.

I super sub finlandesi immersi per la quarta volta
Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist si sono immersi ieri per il quarto e ultimo giorno. Sono entrati di nuovo nella grotta per raccogliere tutto il materiale lasciato nei giorni precedenti. Sono quindi stati sentiti dalle autorità maldiviane che stanno indagando. La loro testimonianza potrebbe anche essere acquisita dai magistrati romani. Difficile prevedere se alla fine emergeranno responsabilità. 

Le possibili cause della morte
Da quanto emerso finora la tragedia sembrerebbe determinata da una sottovalutazione dei rischi dell’escursione in quella che Laura Marroni, la ceo di Dan Europe, l’organizzazione che ha inviato il team di recupero, definisce parlando con l’ANSA “una grotta complessa e profonda, la cui penetrazione richiede esperienza e attrezzatura adeguata”. Una grotta che verosimilmente non si poteva visitare in tutta la sua ampiezza, due ampie camere divise da uno stretto corridoio di 30 metri, con addosso bombole di 12 litri come quelle che avevano i 5 italiani. Nella seconda camera la grotta scende fino a 60 metri. “A quelle profondità – spiega Marroni – si ha un’autonomia di 10-12 minuti con quel tipo di bombole”.

In trappola
I cinque italiani, dopo la caverna esterna, quella collegata col mare, hanno imboccato il corridoio – largo tre metri, alto circa un metro e mezzo e lungo 30 – e sono entrati nella seconda camera. Qui probabilmente hanno tentato di tornare indietro per lo stesso corridoio il cui ingresso però, per un effetto ottico causato anche dalla sabbia presente, visto dall’ambiente più basso non sembra una via di uscita; ne hanno quindi imboccato un altro a sinistra. E’ stata la scelta fatale: si trattava infatti di un cunicolo chiuso dal quale i 4 non sono più riusciti a tornare indietro (la guida, Gianluca Benedetti, era stata trovata nel primo ambiente, forse era riuscito a trovare la via giusta ma troppo tardi). Lì, uno vicino all’altro, li ha trovati il team di subspeleologi della Dan. Che per tentare il recupero si erano muniti di equipaggiamenti ben più ‘pesanti’: dal ‘rebreather’, sistema che consente di stare sott’acqua oltre 5 ore, agli scooter subacquei, alla sagola, il filo d’Arianna da fissare sulle pareti della grotta e fondamentale per trovare la via d’uscita. Non è chiaro se la spedizione italiana lo avesse.

I sub finlandesi hanno trovato sagole alle pareti ma potrebbero essere state fssate dai sub maldiviani che si sono immersi per recuperare i corpi prima di loro (è uno è anche morto).
 

Laura Marroni non si sbilancia su un’eventuale sottovalutazione dei rischi da parte dei cinque italiani, ma mette in guardia dal fenomeno dell'”overconfidence”. Si tratta dell’eccesso di sicurezza che le persone più esperte a volte hanno e che li porta a non considerare adeguatamente i pericoli di quello che stanno facendo. Risposte più precise si avranno dall’inchiesta della procura di Roma che avrà in mano tutti gli elementi – comprese le  testimonianze delle altre persone che si trovavano sulla Duke of York – per ricostruire la dinamica di quello che accaduto. 

Risposte, che non allevieranno il dolore delle famiglie. 

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