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Home » Eletto il nuovo Presidente in Colombia tra attentati e minacce ai media
Politica

Eletto il nuovo Presidente in Colombia tra attentati e minacce ai media

Di Sala Notizie23 Giugno 20267 min di lettura
Eletto il nuovo Presidente in Colombia tra attentati e minacce ai media
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Da un lato il candidato della sinistra Iván Cepeda, dall’altro l’esponente della destra radicale Abelardo de la Espriella. Il candidato della destra populista e filo-trumpiana de la Espriella ha vinto le elezioni presidenziali, sconfiggendo al ballottaggio del 21 giugno il candidato marxista. Probabilmente ci sarà un riconteggio dei voti, tuttavia, il voto segna una netta inversione di rotta per il Paese dopo la presidenza di sinistra guidata da Gustavo Petro. Lo sfondo è drammatico: minacce dei cartelli della droga, attacchi frontali alla stampa e un Paese militarizzato per garantire il voto. Per capire cosa accadrà ora e come i narcos influenzeranno la democrazia colombiana, abbiamo intervistato Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University of Newark (USA).

Professor Musacchio, la Colombia ha affrontato un ballottaggio molto complesso in un contesto che non lascia spazio a interpretazioni: nelle ultime settimane c’è stata una vera e propria “blindatura” militare, con presenze straordinarie delle forze armate e misure di sicurezza eccezionali in diverse aree del Paese. In questo scenario, la domanda centrale è una sola: quale sarà l’obiettivo dei narcos dopo questa tornata elettorale vinta dal candidato della destra?

L’obiettivo dei cartelli non è mai ideologico. La loro logica è essenzialmente utilitaristica e funzionale. Non interessa chi ha vinto, “destra” o “sinistra”, per loro è importante ottenere condizioni favorevoli per mantenere il controllo del territorio, garantire continuità alle rotte commerciali e assicurarsi impunità. In molti casi, i gruppi criminali non si limitano a finanziare o orientare singoli attori politici, mirano a influenzare interi equilibri locali, stabilendo regole informali che finiscono per sostituire, di fatto, la presenza dello Stato. Questo spiega perché, negli ultimi anni, si sia osservata una mutazione che non è solo quantitativa ma qualitativa: le organizzazioni criminali colombiane non sono più composte di semplici trafficanti, bensì sono diventate strutture ibride in grado di esercitare una sovranità parallela. Operano, contemporaneamente, sul piano economico (attraverso il traffico e l’economia illegale), su quello politico (tramite pressione e cooptazione) e su quello sociale (con intimidazioni, sanzioni e controllo del consenso). Chiunque avesse vinto tra Cepeda e De la Espriella, di fatto, ha ereditato uno Stato che, in molte periferie, non riesce a garantire il monopolio effettivo della legalità, lasciando ampi spazi dove la legge è amministrata dai narcos.

Nelle ultime settimane si è registrata un’escalation di attacchi e minacce mirate ai giornalisti e ai media locali. La domanda è: perché i cartelli colpiscono la stampa?

La risposta si collega a un principio elementare della guerra informativa. La trasparenza è, per il crimine organizzato, il peggior nemico quando deve negoziare o imporsi sulla politica. Attaccare i media significa creare buio informativo, aumentare i costi della denuncia e spezzare la catena che collega il fatto locale all’attenzione nazionale e giudiziaria. Se un giornalista riesce a portare alla luce connivenze locali, documentare come i narcos finanziano campagne elettorali, o dimostrare il condizionamento del voto nelle aree rurali, la strategia criminale perde efficacia nel momento più delicato: quello della scelta dei decisori pubblici. Mettere a tacere o intimorire la stampa, inoltre, serve a ripulire la facciata del potere locale con cui i narcos intendono “dialogare” o, in alternativa, ricattare il giorno dopo le elezioni. In sostanza, la violenza contro i giornalisti non è un effetto collaterale: è spesso parte integrante del disegno di controllo criminale.

A rendere il quadro ancora più complesso, le risposte dei due candidati sono state diametralmente opposte. Cepeda proponeva continuità nel dialogo istituzionale e rafforzamento delle riforme sociali, puntando sull’idea che la pace e le trasformazioni di lungo periodo possano ridurre l’attrazione del crimine. De la Espriella, invece, promette oggi il pugno di ferro e una militarizzazione totale, facendo leva sul bisogno immediato di sicurezza e sulla paura dell’escalation violenta. Quale strategia rischia meno il fallimento?

La storia della lotta al narcotraffico e della gestione dei conflitti in America Latina suggerisce che le soluzioni unilaterali e guidate soltanto dalla retorica, senza capacità d’implementazione, tendono a produrre risultati parziali e temporanei. Il pugno di ferro di De la Espriella ha attratto l’elettorato terrorizzato dalla violenza e desideroso d’interventi rapidi, soprattutto quando la percezione del pericolo è immediata. Tuttavia, se la risposta resterà essenzialmente militare, senza una ricostruzione concreta del tessuto istituzionale e senza presidi continui nelle periferie (giustizia efficiente, accesso ai servizi, programmi di sviluppo e reintegrazione, controllo stabile del territorio), il risultato sarà l’aumento dello spargimento di sangue e la frammentazione dei cartelli in fazioni ancora più feroci. In questi casi, le operazioni d’urto possono perfino generare un ciclo di vendetta e riorganizzazione. Dall’altra parte, la strategia del dialogo e della pace sperimentata finora mostra alcune crepe evidenti. Negoziare senza una reale capacità di controllo territoriale e senza una presenza statale capace di rendere credibile il monopolio della forza può essere interpretato dalle mafie come debolezza strutturale. Per le organizzazioni criminali, la negoziazione non deve necessariamente significare rinuncia: può tradursi in opportunismo, rinegoziazione delle aree d’influenza e consolidamento dei propri vantaggi. Se lo Stato non riuscirà a essere presente in modo capillare e credibile, entrambi i modelli — repressione senza costruzione e dialogo senza garanzie — diventano armi spuntate.

Con l’elezione del nuovo Presidente emerge anche un interrogativo cruciale sul futuro del sistema democratico. Esiste, infatti, un rischio concreto che la democrazia colombiana scivoli verso una forma di “narco-Stato” legalizzato?

Il pericolo non coincide soltanto con una sottomissione formale delle istituzioni, che sarebbe visibile e contestabile. Più che di narco-Stato si potrebbe parlare d’infiltrazione progressiva e silenziosa: una trasformazione strisciante che non si manifesta con un singolo atto criminale, ma attraverso compromessi ripetuti e normalizzazione della violenza. Quando la violenza politica diventa routine — quando i candidati devono fare comizi dietro vetri antiproiettile, quando le comunità temono rappresaglie e l’astensionismo è alimentato o pilotato dalle minacce delle bande armate — la democrazia si svuota dall’interno. Il voto, in questi scenari, non è più soltanto espressione di scelta libera: diventa condizionato dalla paura, dal bisogno economico o dalla necessità di sopravvivere. La politica rischia così di ridursi a gestione di territori controllati da attori armati, mentre l’amministrazione pubblica è progressivamente piegata a interessi illegali. La
vera sfida per la Colombia, quindi, non si esaurisce nelle urne ma comincia dal dopo elezioni.
L’elemento decisivo sarà la capacità dell’attuale vincitore e dell’intero sistema di dimostrare, con provvedimenti concreti e risultati misurabili, che la legge della Repubblica conta più del welfare criminale offerto dai signori della droga. Ciò implica rafforzare la giustizia nelle zone più fragili, garantire sicurezza senza sostituire lo Stato, investire in opportunità economiche legali e costruire fiducia istituzionale. Solo rendendo la legalità praticabile e conveniente per le comunità si può spezzare il circuito che trasforma la minaccia armata in potere politico.

Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata e associato al RIACS presso la Rutgers University di Newark, è noto per l’impegno costante nella lotta alle mafie e per la sua attività formativa incentrata sulla cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, nei quali insegna tecniche d’indagine antimafia a membri delle forze di polizia, tra cui la Polizia Metropolitana di New York. È inoltre ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI), a Londra. Musacchio è stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. I suoi studi si concentrano sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È autore di programmi educativi, tra cui il progetto “Legalità Bene Comune”, rivolto alle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale, tra cui “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report”, oltre che su altre testate nazionali e locali, fornendo contributi di analisi su vicende di mafia e criminalità. Ha pubblicato numerosi libri e articoli nei settori del diritto penale e della criminologia. Nel 2019, a Casal di Principe, gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022, il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. L’attività di contrasto alle mafie gli ha procurato minacce di morte che non hanno interrotto il suo impegno antimafia.

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