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Home » guerra tra bande, droga e violenza nelle periferie
Cronaca

guerra tra bande, droga e violenza nelle periferie

Di Sala Notizie1 Aprile 20266 min di lettura
guerra tra bande, droga e violenza nelle periferie
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Parliamo dell’influenza dei gruppi serbi e delle recenti esplosioni di violenza tra i clan rom. Cominciamo dalla mafia serba. Chi sono davvero?

Quando parliamo di mafia serba a Milano, non dobbiamo pensare alla criminalità di strada che vediamo nei film. Parliamo di una struttura organizzata, spesso composta da ex militari o ex membri dei servizi di sicurezza dell’ex Jugoslavia. Sono coloro che spesso chiamiamo i “grossisti” del crimine. Gestiscono assieme alle mafie albanesi e turche la rotta balcanica della droga e hanno una logistica operativa. A Milano fanno affari e cercano di fare meno rumore possibile.

Il “rumore”, tuttavia, è arrivato dalle periferie, con sparatorie e regolamenti di conti tra famiglie rom. C’è un legame tra queste organizzazioni criminali?

In molti casi questo legame esiste. La distinzione, tuttavia, è sottile ma fondamentale. La mafia serba fornisce le risorse, tra cui armi e carichi di stupefacenti. I clan rom (spesso di origine serba o montenegrina) agiscono sia come braccio operativo sul territorio sia come distributori di sostanze stupefacenti. La faida a cui stiamo assistendo a Milano è, a mio parere, una lotta per il controllo delle piazze di spaccio e, in alcuni casi, per la gestione del racket delle occupazioni nelle case popolari.

Professore, perché secondo lei Milano è diventata l’epicentro di questa tensione?

Milano è la “Banca d’Italia”. C’è un’enorme richiesta di cocaina e una disponibilità infinita di immobili da occupare o usare come basi logistiche. Quando un equilibrio tra i clan si rompe — magari a causa di un arresto eccellente o di un carico sequestrato — si scatena l’effetto domino. I gruppi rom che un tempo erano “soci” iniziano a spararsi per decidere chi deve comandare in quartieri come il Corvetto o a San Siro.

Si parla spesso di mafie che hanno in dotazione armi da guerra. È un’esagerazione giornalistica o corrisponde al vero?

Purtroppo, corrisponde al vero. Dalla rotta balcanica non arrivano solo panetti di droga. Arrivano AK-47, granate, bazooka e pistole e fucili di precisione. Chi ha combattuto o ha legami con i reduci delle guerre jugoslave ha accesso ad arsenali che rendono le nostre forze dell’ordine preoccupate per la potenza di fuoco che hanno a disposizione.

Qual è il rischio per il cittadino comune?

Il rischio purtroppo è altissimo e riguarda il fuoco incrociato. Le faide rom a Milano sono diventate pericolosissime: sparatorie in pieno giorno, inseguimenti, rischio di proiettili vaganti. La mafia serba, invece, è un pericolo invisibile: corrompe l’economia legale, ricicla denaro in attività commerciali e rende il tessuto sociale più fragile.

Perché a Milano sta prendendo piede tra i giovani criminali il modello del mafioso serbo?

Nelle piazze di spaccio di San Siro, Corvetto o via Padova, il modello del gangster tradizionale (stile Gomorra) sta lasciando il posto a quello del paramilitare balcanico. A differenza dei gruppi criminali disorganizzati, i serbi sono visti come macchine da guerra: silenziosi, atletici, esperti di armi e tattiche militari. Per un ragazzo di periferia, questo trasmette un senso di potenza superiore. Questi ragazzi pensano di diventare parte di un’élite di guerrieri, ma per la mafia serba sono considerati soltanto carne da macello. Sono utilizzati per le azioni più rischiose — quelle che spargono sangue — mentre i vertici continuano a gestire i milioni di euro nell’ombra. Il paradosso è che, mentre il giovane affiliato cerca gloria e status, finisce per essere l’anello più debole della catena ed è il primo a finire in manette o a cadere vittima nelle guerre di strada.

Corrisponde al vero che le mafie serbe sono tecnologiche e hanno sistemi di riciclaggio operativi a Milano e provincia?

La tecnologia sofisticata è il vero “muro di gomma” contro cui si scontrano quotidianamente la Procura della Repubblica di Milano e le forze dell’ordine. Se un tempo bastava una microspia o un’intercettazione telefonica per incastrare un boss, oggi la mafia serba opera in una dimensione digitale quasi inattaccabile. I vecchi cellulari usa e getta sono il passato. I professionisti balcanici utilizzano dispositivi modificati, chiamati “cripto-fonini”, che montano sistemi operativi blindati con hardware modificati, sistemi operativi ghost e tecnologia di auto-distruzione. Se la droga e le armi sono il motore, il riciclaggio è certamente il carburante che permette alla mafia serba di circolare liberamente nelle strade della Milano “bene”. Non stiamo più parlando di scantinati in periferia, ma di vetrine scintillanti all’ombra del Duomo o nei quartieri della movida come Brera e i Navigli. Milano è la città perfetta per il riciclaggio per un motivo semplice: l’altissimo volume d’affari presente nella città. Utilizzano tecniche di infiltrazione che vanno dai prestanome puliti all’acquisto a prezzi fuori mercato. È famoso il loro sistema “Horica” (hotel, ristoranti, caffè). È il settore preferito. Oltre al lavaggio del denaro, questi locali offrono una base logistica perfetta per incontri d’affari tra boss, lontano da occhi indiscreti e protetti da una facciata di legalità.

In conclusione, cosa si può fare per affrontare questa situazione così altamente rischiosa per la sicurezza dei cittadini milanesi?

Le operazioni di polizia sono costanti, ma il problema è la rigenerazione. Finché la rotta balcanica rimane aperta e le periferie milanesi restano zone d’ombra dello Stato, per ogni boss arrestato ci sarà un giovane pronto a prendere il suo posto, armato e addestrato meglio del precedente. Affrontare una struttura criminale così stratificata — che unisce la precisione militare balcanica al controllo capillare del territorio delle faide rom — richiede quella che gli esperti chiamano “Strategia a doppia tenaglia”: colpire contemporaneamente i capitali (l’alto) e il disagio sociale (il basso). Mi permetto di suggerire alcune strategie chiave che potrebbero cambiare l’inerzia del conflitto a Milano. In primis, occorrerà potenziare l’uso di captatori informatici che infettino i dispositivi in loro dotazione prima che il messaggio sia criptato. È categoricamente indispensabile costituire una task force transnazionale creando un’unità permanente Interpol-Milano-Belgrado. La mafia serba è un corpo mobile non si può combattere solo con leggi locali. Utilizzare algoritmi per monitorare i flussi di “micro-transazioni” sospette che precedono i grandi carichi di droga è un ulteriore strumento efficace di lotta a queste mafie. Per fermare l’acquisto compulsivo di locali in centro, servirebbe un “rating di legalità” obbligatorio per i passaggi societari. Per le faide rom che si alimentano del vuoto lasciato dallo Stato nelle case popolari (Aler) servirebbero sgomberi rapidi delle occupazioni gestite dai racket e riassegnazione immediata. Spazi comuni con illuminazione, telecamere e presidi di polizia ridurrebbero drasticamente la facilità delle sparatorie di strada che stanno attanagliando Milano. Queste strategie di contrasto sarebbero già un buon inizio.

Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark, è noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche di indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto “Legalità Bene Comune” nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia.

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