Dopo il fermo disposto dalla Procura di Milano per Ulas Demir, indagato nell’inchiesta sul caporalato per il restauro e la costruzione del nuovo Consolato Usa di Milano insieme alla società americana Caddell Construction Co., l’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al giudice per le indagini preliminari di Bergamo.

Nel corso dell’interrogatorio, il manager ha scelto di non replicare alle domande del gip, limitandosi a rilasciare alcune dichiarazioni spontanee. Demir ha sostenuto di non aver tentato di sottrarsi alle indagini, spiegando che non gli era stato imposto alcun divieto di lasciare il Paese quando domenica è stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio mentre era in procinto di imbarcarsi per Istanbul.

L’uomo è indagato insieme alla società statunitense per le ipotesi di intermediazione illecita e sfruttamento dei lavoratori. Nelle prossime ore il giudice dovrà pronunciarsi sulla richiesta della Procura di convalidare il fermo e disporre la custodia cautelare in carcere avanzata dal pubblico ministero Raffaella Latorraca.

Demir ha 46 anni ed è uno dei manager della branca italiana di Caddell, era stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio. A seguito del controllo giudiziario del 29 maggio, in cui sono state riscontrate “numerose violazioni” nel cantiere, Demir, intercettato, ha avuto una telefonata con un interlocutore sconosciuto, in cui – secondo i magistrati – emergeva “chiara la volontà di fuggire” del manager turco, che il giorno dopo, ovvero ieri, ha acquistato un biglietto aereo.

Secondo quanto ricostruito dalle indagini, nel cantiere sarebbero stati impiegati lavoratori “in condizioni di sfruttamento, approfittando del loro stato di bisogno” in una situazione di “para-schiavismo“. Lavoratori indiani reclutati dalla società Dynamic House di Nuova Dehli che venivano pagati meno di tre euro l’ora.  Per 10-12 ore di lavoro al giorno in cantiere, sei giorni su sette, erano pagati 1200-1500 euro, a cui dovevano togliere quasi 900 euro per pagarsi vitto e alloggio. Tutto ciò dopo aver versato persino un “pizzo” da 4500 euro nel loro paese agli “intermediari” che gli avevano “permesso” di arrivare in Italia a lavorare, senza conoscere la lingua, firmando carte che non sapevano leggere, tra insulti, botte e minacce, soprattutto quella di essere licenziati e “rispediti in India”. Venerdì la Procura ha richiesto al giudice per le indagini preliminari (gip) il controllo giudiziario in via di urgenza per la società.

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