“La Chiesa cattolica si trova di fronte a una storia senza precedenti nella sua storia bimillenaria. Non un nemico da combattere ma un’obsolescenza da scongiurare. Non un’eresia da confutare ma un’irrilevanza da evitare. In questo scenario apocalittico una voce sia alza con una chiarezza che nessun altro leader mondiale possiede”. Ed è la voce di Papa Leone XIV. Questa è la tesi di fondo di un libro, “Vaticano Zero Day. Guerre ibride e nuove minacce alla Chiesa nell’era dell’Intelligenza artificiale” edito da Lindau, che attraverso documenti, fonti, ricostruzioni storiche e analisi geopolitiche, racconta con lucidità i rischi di un mutamento epocale che coinvolge anche la Chiesa, cattolica come spiega l’autore Luigi Ricci, statistico, analista di sistemi complessi e attualmente direttore di ricerca dell’Istituto Barometro di Roma. “La Chiesa è un’istituzione millenaria, analogica e gerarchica, – spiega Ricci a Rainews.it – che si trova a operare in un ecosistema globale profondamente cambiato. Le minacce non sono più solo dottrinali o geopolitiche nel senso classico: oggi si combattono sul terreno della guerra cognitiva, della manipolazione algoritmica, della disinformazione di massa”.

Cosa intende parlando di “Zero Day” per il Vaticano?
“Nel gergo informatico, uno “Zero Day” è una falla sconosciuta agli stessi sviluppatori, per cui non esiste ancora nessuna patch. Questo è il titolo del mio libro e il concetto nasce proprio da qui: il rischio che la Santa Sede si trovi a fronteggiare una vulnerabilità sistemica, istituzionale o informativa, prima ancora di averla riconosciuta come tale”.

Nel libro sostiene che la Chiesa cattolica, con la sua storia millenaria, si trovi di fronte a una crisi e a una scelta esistenziale tra identità e dissoluzione. Una visione quasi apocalittica, perché fino a questo punto?
“Non è una visione apocalittica: è un’analisi dei dati culturali e demografici. Di fronte alla secolarizzazione nei paesi occidentali più ricchi, perché nel Sud del mondo la Chiesa è in grande crescita, la Chiesa si trova a un bivio molto concreto. Adattarsi al sentiment del momento per compiacere il mondo significa diventare una Ong tra le tante, e avviarsi verso una lenta dissoluzione. Scegliere l’identità non significa chiudersi nel passato: significa avere il coraggio di dire cose scomode in un’epoca che preferisce le risposte facili. Una Chiesa che non disturba non serve a nessuno. La scelta è tra restare un punto di riferimento credibile, anche quando è fastidioso, o trasformarsi in un’istituzione decorativa, rispettata nei musei e ignorata nella vita reale. I dati lo dicono chiaramente: la Chiesa cresce dove parla di Dio, cresce di meno dove entra in concorrenza con le Ong”.

Fa riferimento anche ai preti influencer: più follower ma meno fedeli
“I dati fotografano un paradosso molto chiaro. I preti influencer intercettano una domanda di senso reale, ma la declinano secondo le regole delle piattaforme: personalizzazione, frammentazione, consumo rapido. Il follower è un utente passivo che consuma un contenuto emotivo; il fedele è un soggetto attivo che abita una comunità fisica, vive i sacramenti, sperimenta la fatica delle relazioni reali. La proliferazione di “like” religiosi rischia di creare l’illusione di una Chiesa viva, mentre in realtà si sostituisce la fede vissuta con una sua rappresentazione digitale e individualista. Il medium è il messaggio, diceva McLuhan: chi accetta il compromesso dei social ne risulta contaminato. Non voglio dire che chiunque ci provi diventi un saltimbanco, ma di esempi ne vediamo tutti i giorni”.

“Riparare le reti”, è l’espressione usata da Papa Leone durante il Giubileo dei missionari digitali e viene letta come “un’indicazione strategica precisa”. La prima enciclica del Pontefice “Magnifica Humanitas” va in questa direzione?
“L’espressione “riparare le reti” che Papa Leone ha fatto propria richiama direttamente Matteo 4, 18-22, il momento in cui Gesù chiama i primi apostoli, che erano intenti proprio a lavare e rammendare le loro reti da pesca dopo una battuta. Un’immagine antica, concreta, che però porta con sé una doppia valenza molto attuale. Significa ricostruire i legami comunitari lacerati dalla solitudine sociale, ma anche bonificare le infrastrutture digitali dell’informazione, oggi sfigurate da fake news, odio e algoritmi estrattivi. Il Papa ha suggerito ai politici europei cattolici di essere “analogici”, e la prima enciclica, Magnifica Humanitas, si inserisce esattamente in questa traiettoria. Non è una critica moralistica della tecnica: è una proposta antropologica per umanizzare la rete. Leone XIV ha capito che l’ecosistema digitale è la piazza pubblica dell’umanità, e che la missione della Chiesa oggi passa necessariamente per la riconfigurazione etica di questi spazi”.

Quella che viene definita “intelligenza profetica” può essere la chiave per uscire dalla crisi?
“L’intelligenza profetica non è una dote divinatoria. È la capacità di leggere i “segni dei tempi” con uno sguardo profondo, anticipando le traiettorie del futuro invece di rincorrere le emergenze del presente. È esattamente l’antidoto alla paralisi burocratica. Nella crisi attuale, questa intelligenza consente alla Chiesa di non farsi dettare l’agenda dai colossi tecnologici o dalle mode culturali, ma di proporre una visione alternativa dello sviluppo umano. Nel libro analizzo questa capacità come una delle risorse strategiche più sottovalutate della Santa Sede: la facoltà di abitare la modernità senza farsene abitare”.

La libertà religiosa dei cristiani è oggi più a rischio?
“La minaccia è doppia, e le due facce non vengono mai raccontate insieme. Da un lato c’è la persecuzione fisica: 360 milioni di cristiani nel mondo vivono in contesti di aperta repressione, e ogni anno migliaia vengono uccisi per motivi religiosi. È la comunità più perseguitata in assoluto, eppure se ne parla pochissimo. Dall’altro, nelle democrazie occidentali avanzate, esiste una forma di marginalizzazione più sottile: gli algoritmi tendono a penalizzare il discorso religioso, a ridurlo a scontro di opinioni o a residuo del passato. Il rischio reale non è la cancellazione esplicita, ma l’irrilevanza indotta: professare apertamente la propria visione del mondo significa scontrarsi con un’architettura digitale strutturalmente ostile alle sfumature, al silenzio e alla trascendenza”.

Eppure, la “Chiesa nei momenti di collasso, personali o collettivi, riemerge come riferimento”, scrive. Questa stagione storica le sembra uno di quei momenti?
“Questa stagione storica ha tutte le caratteristiche di un collasso policentrico: conflitti bellici, una nuova corsa alla ridefinizione degli equilibri mondiali, frammentazione antropologica, e un’innovazione tecnologica che l’uomo sembra sempre meno in grado di governare. Quando le narrazioni tecnocratiche smettono di dare risposte al dolore, alla precarietà, alla finitudine, le istituzioni millenarie tornano inevitabilmente alla ribalta. La Chiesa cattolica ha attraversato la caduta di imperi interi perché possiede qualcosa che nessun algoritmo può replicare: una grammatica della speranza. In questo momento storico è, per il mio punto di vista, di fatto, l’unico interlocutore globale capace di parlare dell’umano nella sua interezza”.

In che modo si manifesta il soft power della Chiesa nella guerra ibrida?
“Nella guerra ibrida, dove il confine tra pace e conflitto è sfumato e le armi principali sono l’informazione e la destabilizzazione psicologica, la Chiesa cattolica esercita un soft power unico. Si muove come un attore diplomatico super partes, senza eserciti ma con un’agenzia morale globale e una rete sul campo, parrocchie, missioni, nunziature, che non ha eguali. Questo è uno dei nodi centrali di Vaticano Zero Day: la capacità della Santa Sede di decostruire la propaganda bellica, proteggere i corridoi umanitari, offrire mediazione neutrale. In un panorama informativo saturo e manipolato, la Chiesa resta uno dei pochi fattori di stabilità e di verità”.

I “monasteri digitali” possono essere un’opportunità per il futuro?
“Storicamente, il monachesimo ha salvato la civiltà occidentale preservando il sapere durante le invasioni barbariche. Oggi i barbari hanno un altro volto: sono l’infossamento dei dati, la distrazione permanente, il rumore di fondo degli algoritmi. Un “monastero digitale” non è uno spazio isolato dal web: è un presidio di resistenza cognitiva all’interno della rete, un luogo, virtuale o fisico, dove custodire il silenzio, praticare lo studio profondo, coltivare relazioni non tossiche. È una delle risposte più lucide che la tradizione cattolica può offrire alla frammentazione del nostro tempo, e ne parlo nel libro come di cellule di futuro per una nuova ecologia della mente”.

Tra i relatori alla presentazione dell’enciclica di Papa Leone in Vaticano anche il co- fondatore di Anthropic, Christopher Olah. Come legge questa partecipazione?
“La presenza del co-fondatore di Anthropic alla presentazione dell’enciclica è un segnale politico e strategico di portata storica. Alcuni tra i protagonisti della Silicon Valley, ricercatori e imprenditori, hanno pubblicamente segnalato i rischi esistenziali legati allo sviluppo incontrollato dei modelli di intelligenza artificiale di frontiera. La Chiesa ha raccolto queste testimonianze e si è affermata, per autorevolezza e neutralità, come l’unica autorità morale globale capace di costruire un quadro etico credibile in questo campo, quello che viene chiamato “algoretica”. Non è marketing: è il riconoscimento che la tecnica, per non autodistruggersi, ha bisogno di un ancoraggio umanistico. A molti questa ‘ingerenza’ non farà piacere, soprattutto quando la Chiesa chiede di aprire la black box”.

È davvero convinto, come scrive nel libro, che l’enciclica del papa sarà “invisibile” per gli algoritmi e che “il mondo continuerà a scorrere indifferente”?
“Alcuni intellettuali cattolici hanno contestato la scelta di dedicare la prima enciclica ai temi tecnologici piuttosto che alla crisi interna della Chiesa, la fuga dai banchi, il crollo delle vocazioni, il relativismo dilagante. Ma già con Francesco si avvertiva l’urgenza di un’enciclica sull’intelligenza artificiale: Leone XIV ha semplicemente ereditato un’agenda che gli è letteralmente esplosa tra le mani, perché i modelli di AI oggi sono immensamente più potenti di quanto fossero anche solo un anno fa. Il testo è scritto con una profondità e una complessità concettuale che strutturalmente sfuggono alle metriche dei motori di ricerca e dei social media. Gli algoritmi premiano l’immediatezza, la polarizzazione, la brevità; un testo magisteriale richiede tempo, riflessione, silenzio. Il flusso del mondo digitale scorre indifferente, seppellendo l’enciclica sotto miliardi di notifiche. Ma è proprio in questa “invisibilità” quantitativa che risiede la sua forza qualitativa: come il lievito nella massa, agirà in profondità, raggiungendo chi cerca risposte fuori dal circuito del rumore. Del resto, non si tratta di una svolta improvvisa: già nel messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 24 gennaio, dedicato al tema Custodire voci e volti umani, il Papa aveva ipotizzato che l’intelligenza artificiale potesse riscrivere la storia stessa della Chiesa. L’enciclica è il passo successivo, la risposta dottrinale a una sfida che lui aveva già visto arrivare”.

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