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Home » La strage di via D’Amelio, il tradimento della memoria e l’antimafia di facciata
Cronaca

La strage di via D’Amelio, il tradimento della memoria e l’antimafia di facciata

Di Sala Notizie18 Luglio 20265 min di lettura
La strage di via D’Amelio, il tradimento della memoria e l’antimafia di facciata
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Professore, sono passati più di trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, eppure, ogni anno ci troviamo a commentare le stesse zone d’ombra. La verità è davvero così inarrivabile o semplicemente non la si vuole trovare?

Parlare di verità “inarrivabile” significherebbe accettare la resa e noi non possiamo permettercela perché sarebbe esattamente ciò che i pezzi corrotti dello Stato vorrebbero. La verità su via D’Amelio non è un mistero assiomatico: è scritta nei pezzi mancanti di questa storia che inizia dall’agenda rossa di Paolo Borsellino, sparita sotto gli occhi di uomini delle istituzioni. Nell’attentato di via D’Amelio c’è il più grande e vergognoso depistaggio della storia repubblicana. Non si trova la verità perché questa si abbatterebbe su organismi e persone dello Stato. Se scoprissimo fino in fondo chi ha guidato la mano di Salvatore Riina dall’esterno della mafia, crollerebbero carriere politiche, apparati di sicurezza e l’immagine stessa di una democrazia compiuta. Paolo Borsellino lo sapeva (prima di lui Giovanni Falcone), per questo è stato accelerato il suo assassinio. Era troppo vicino alla verità.

Oggi Paolo Borsellino è celebrato da tutti, in modo trasversale. Politici di ogni schieramento fanno a gara per rivendicarne l’eredità. Non trova questa consonanza quantomeno sospetta?

Più che sospetta, la trovo ipocrita. Hanno trasformato Borsellino e Falcone, in immagini sacre da esibire il 23 maggio e il 19 luglio. È la tattica della “canonizzazione laica”: trasformi l’eroe in un mito distante, così non devi seguire il loro esempio e applicare le loro idee nel presente. Guardare esponenti politici che smantellano i delitti contro la pubblica amministrazione, indeboliscono il sistema delle intercettazioni o strizzano l’occhio a zone grigie dell’economia, per poi vederli deporre corone di fiori in via D’Amelio, è un insulto a quei morti. Se Borsellino fosse vivo, oggi, sarebbe il peggior incubo di molti di coloro che oggi ne piangono la scomparsa davanti alle telecamere. La memoria senza coerenza è solo una scenografia teatrale. Paolo Borsellino non cercava applausi postumi, desiderava uno Stato fondato sulla legalità e sul rispetto delle regole. Quello Stato che per lui spesso si è girato dall’altra parte.

Lei è stato allievo di Antonino Caponnetto, il capo del pool antimafia. Se guardiamo all’antimafia di oggi, cosa resta di quella lezione? C’è il rischio che sia diventata solo una passerella o, peggio, un trampolino di lancio per carriere personali?

Non è un rischio, è una realtà da qualche tempo consolidata. L’antimafia oggi è diventata un marchio, un’etichetta di marketing che si applica sui convegni per ottenere finanziamenti o visibilità politica. Si è creata un’antimafia di professione che vive di retorica e burocrazia, ma che è priva di qualsiasi sostanza. Caponnetto mi ha insegnato che l’antimafia si fa nelle scuole, nelle periferie, creando lavoro e togliendo ossigeno ai clan, non facendo i professionisti del legalitarismo di questua. Oggi assistiamo a paladini della legalità che finiscono sotto inchiesta per gli stessi reati che dicono di combattere. C’è un’intera classe dirigente dell’antimafia sociale e istituzionale che ha usato il sangue dei martiri per fare carriera nei tribunali, nei ministeri e in Parlamento. Questa non è antimafia, è sciacallaggio.

Nel frattempo, le mafie sono cambiate. Non sparano più, investono. Eppure i codici della politica e del dibattito pubblico sembrano rimasti agli anni Novanta. Siamo rimasti indietro?

Siamo rimasti indietro volutamente, perché combattere la mafia militare — quella dei corleonesi con i kalashnikov — è facile e rassicurante per l’opinione pubblica. Arresti il latitante nel covo e dici che lo Stato ha vinto. La mafia di oggi, quella “liquida” e “silente”, non ha più bisogno di stragi. Vive di colletti bianchi, di fondi d’investimento, di criptovalute e di corruzione sistemica. Entra nei consigli d’amministrazione, compra immobili, governa appalti, gestisce la sanità privata. Se l’antimafia resta ferma all’immagine del mafioso con la coppola, facciamo un favore alla mafia reale. Oggi il contrasto si fa seguendo i flussi finanziari internazionali (anche nel mondo virtuale) e colpendo la complicità dei professionisti — avvocati, commercialisti, banchieri, informatici — che ripuliscono il denaro sporco. Toccare quei mondi significa incidere sul PIL e sui finanziatori della politica. Ecco perché si preferisce fare i convegni sulla “legalità” parlando del passato.

Una valutazione finale. C’è ancora speranza di vedere una vera svolta, o siamo condannati a un eterno presente di celebrazioni vuote e complicità sommerse?

La speranza, come disse il regista Ken Loach e prima di lui, il nostro Mario Monicelli, è rassegnazione, è un sentimento passivo, l’antimafia invece ha bisogno di azione e d’impegno. La svolta ci sarà solo quando i cittadini smetteranno di delegare la lotta alla mafia ai magistrati o alle forze dell’ordine e inizieranno a pretenderla dalla politica, attraverso il voto e l’indignazione quotidiana. Dobbiamo togliere il monopolio della memoria alle istituzioni ipocrite e restituirlo alla società civile. Finché accetteremo che la lotta alle mafie sia una questione di cerimonie da calendario, saremo complici dello status quo. Rompere l’ipocrisia è il primo, indispensabile passo per onorare davvero Paolo Borsellino. Il resto è solo fumo negli occhi che presto ci renderà del tutto ciechi.

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