Il femminicidio di Pamela Genini continua a far discutere. Oggi al via il processo a Milano sul caso della fotomodella di 29 anni uccisa con 76 coltellate la sera del 14 ottobre 2025 nella sua abitazione di via Iglesias 33. L’imputato è Gianluca Soncin, suo ex fidanzato. Al suo ingresso in aula, scortato dagli agenti della polizia penitenziaria, la madre della vittima, Una Smirnova, è esplosa in un pianto di rabbia lanciando pesanti insulti verso l’uomo. “Ho avuto questa reazione purtroppo incontrollabile. Vedere in faccia un assassino che ha massacrato mia figlia con la sua freddezza e lucidità mi ha fatto scattare un dolore nel cuore”, così la mamma ai cronisti al termine della prima udienza. Durante l’udienza la donna aveva urlato “assassino” in aula ed era stata accompagnata fuori dai carabinieri. “Quello che chiedo è giustizia – ha proseguito Smirnova – giustizia per mia figlia. Chiedo solo quello”. La madre ha poi ricordato la vittima. “Era una ragazza dolcissima, un amore, una ragazza che non faceva male a nessuno – ha detto – amava i bambini, amava la sua famiglia, il suo padre, che purtroppo non vedrà mai più”. “Mia figlia merita giustizia – ha concluso – è quello che voglio dire”.
Dai giudici no a Dolci parte civile
Francesco Dolci, l’amico di Pamela Genini che è indagato dalla Procura di Bergamo per il vilipendio del suo cadavere, è stato escluso come parte civile. Per i giudici della Corte d’Assise, “l’esistenza di un rapporto sentimentale tra Dolci e Genini di pochi mesi, da maggio a ottobre 2025, non connotato da una stabile e continuativa convivenza e in presenza di un rapporto sentimentale parallelo della vittima con Soncin, non consente di riconoscere la legittimazione alla costituzione di parte civile”. Le pm Alessia Menegazzo e Letizia Mannella avevano espresso parere negativo. Escluse dalle parti civili anche due associazioni che si occupano di violenza sulle donne mentre sono stati ammessi Nicola e Veronica Genini, fratello e sorella della vittima, e la madre.
”Peccato perché come parte civile avrei potuto combattere con il mio avvocato contro Soncin”. Così Dolci commenta all’Adnkronos la non ammissione come parte civile al processo.
”Bisogna sempre affidarsi nelle mani della giustizia, ma io ero la persona più vicina a Pamela e infatti quando aveva bisogno mi veniva sempre a cercare. Di certo non lo facevo per soldi di costituirmi parte civile, ma per combattere fino alla fine questa guerra. I giudici hanno scelto questo e va bene”, commenta Dolci, assente questa mattina alla prima udienza del processo di fronte alla Corte d’Assise di Milano.
In aula il legale della madre della vittima, Nicodemo Gentile, si è opposto alla costituzione come parte civile dell’amico ora indagato per vilipendio di cadavere, definendolo uno ”stalker in vita e dopo la morte”.
”Io di fronte a queste cose sono totalmente allibito. Mi hanno riferito che sembrava il processo a me e non a Soncin”, replica Dolci.
Telecamere escluse dal processo
Le telecamere per riprendere le udienze sono però state escluse: c’è un “debole interesse pubblico” che è “limitato alla frequenza” o alle statistiche di “omicidi in danno donne” commesse di compagni, ex compagni e conviventi. Con queste parole la presidente della Corte d’assise di Milano, la stessa che aveva già preso la stessa decisione due anni fa nel processo per il delitto di Senago e il femminicidio di Giulia Tramontano a carico di Alessandro Impagnatiello, ha accolto la “contrarietà” alla presenza delle tv in aula espresse da tutte le parti del processo.
Le pm Alessia Menegazzo e Letizia Mannella hanno spiegato come le riprese potrebbero turbare il “sereno svolgimento” del dibattimento in particolare per le audizioni dei “testimoni” mentre “l’interesse” generale alla conoscenza del caso e al diritto di cronaca può essere garantito dalle udienze aperte al pubblico (come in ogni processo salvo casi rarissimi o nei riti abbreviati) e dalla presenza garantita di “giornalisti” che riportano quanto accade durante l’istruttoria. “Non esiste un diritto alla diffusione mediatica del processo”, ha spiegato Mannella citando giurisprudenza costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo e parlando di “spettacoli in tv” dove già esiste il “colpevole”.
