Oggi la commissione affari costituzionali della Camera ha chiuso il proprio lavoro dando il mandato al relatore. Ha votato a favore tutta la maggioranza e contro le opposizioni, compreso Futuro Nazionale. È cominciata la discussione generale in Aula e domani è previsto il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità (sono mozioni procedurali e di norma vengono respinte). Le opposizioni chiederanno lo scrutinio segreto.
Intorno al 5 ottobre sono previsti i voti di fiducia: saranno due o tre. La fiducia sarà posta sicuramente sugli articoli 1 e 2, sia alla Camera sia al Senato, dove sono state introdotte le preferenze; resta invece da decidere se porla anche sull’articolo 3. Il voto finale è previsto per l’8 ottobre, o forse per il 9; anche in questo caso le opposizioni chiederanno lo scrutinio segreto.
La Camera esamina in terza lettura solo le parti modificate dal Senato. Ogni modifica costringerebbe il testo a tornare a Palazzo Madama, a meno di un anno dalla scadenza naturale della legislatura, la maggioranza vuole approvare il testo del Senato, passato con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astensioni, senza cambiamenti.
La posta politica è alta. Meloni ha avvertito la maggioranza che, se il governo dovesse andare sotto alla Camera, ne dovrebbe “trarre le conseguenze”. Se la riforma verrà approvata, la legislatura proseguirà almeno fino alla primavera. Se invece dovesse prevalere il fuoco amico, Meloni potrebbe salire al Quirinale per chiedere elezioni anticipate. La decisione, naturalmente, spetta al capo dello Stato.
Anche con la fiducia il rischio resta: è vero che trasforma in voti palesi i passaggi più delicati, ma il voto finale sull’intero testo può essere segreto. Il precedente è di luglio quando l’emendamento sulle preferenze fu bocciato per un voto, 187 a 188. Il Giornale calcola che, con i nove deputati di Futuro Nazionale contrari, la maggioranza avrebbe 235 voti su 400. Servirebbero quindi almeno 36 franchi tiratori per affossare la legge. A luglio, il loro numero fu stimato tra 31 e oltre 40.
Il testo uscito dal Senato prevede un sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 3% e al 10% per le coalizioni; un premio di 70 deputati e 35 senatori per chi supera il 42% in entrambe le Camere; capilista bloccati e fino a tre preferenze; l’assegnazione del premio attraverso liste bloccate scelte dai partiti; l’obbligo di indicare il candidato premier; tre diversi regimi per la raccolta delle firme.
Se la legge dovesse essere approvata, le opposizioni puntano a promuovere cause civili attraverso comitati di cittadini, nella prospettiva che un giudice possa sollevare una questione di legittimità costituzionale e rimetterla alla Corte costituzionale. Boccia (Pd) ha annunciato che i ricorsi partiranno il giorno successivo all’approvazione.
Giorgia Meloni ha blindato la legge con la fiducia e ha chiesto la presenza di tutti i ministri e sottosegretari. Secondo il Giornale, avrebbe inoltre minacciato Lega e Forza Italia di porre il veto sulle candidature di chi dovesse dissociarsi. Anche una quindicina di deputati dello stesso FdI sarebbero, secondo la ricostruzione del quotidiano, “osservati speciali”.
Il punto di frizione storico tra Fratelli d’Italia e Lega – Forza Italia, sono le preferenze. A luglio FdI, Noi Moderati e Udc presentarono l’emendamento; Lega e FI si allinearono soltanto dopo le iniziali esitazioni. In seguito, FdI votò con Futuro Nazionale, mentre Lega e FI votarono contro. Tajani si trovò così a dover minimizzare lo scontro: “Tanto rumore per nulla”, disse, sostenendo che le preferenze non fossero l’elemento fondamentale della legge.
Futuro Nazionale resta la variabile più imprevedibile. Il 22 settembre Vannacci ha dichiarato: “Non voteremo la legge elettorale”, definendo le preferenze “farlocche” e sostenendo che non restituiscano sovranità agli elettori. Ha aggiunto che la legge “sembra fatta per contrastare me”. Fn ha presentato un emendamento per preferenze senza capolista bloccati, bocciato anche oggi in commissione.
Per una volta le opposizioni offrono un fronte compatto. Schlein promette un “muro” contro una “riforma pessima”. Gli emendamenti unitari di Pd, M5S, Avs, Iv e +Europa sulle preferenze sono stati bocciati. Nella seduta di ieri Bonafè (Pd) ha attaccato la cancellazione della parità di genere sui capilista, Fornaro (Pd) l'”irragionevolezza” delle firme, Baldino (M5S) e Zaratti (Avs) le “barriere” alle liste minori.

