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Home » l’Italia è il paese più anziano dell’Unione Europea
Società

l’Italia è il paese più anziano dell’Unione Europea

Di Sala Notizie31 Marzo 20269 min di lettura
l’Italia è il paese più anziano dell’Unione Europea
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Al 1° gennaio 2026 si stima un’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1° gennaio 2025. Il Centro si conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane la ripartizione più giovane (46,4 anni). È quanto emerge dagli Indicatori demografici dell’Istat pubblicati oggi.

La popolazione fino a 14 anni è pari a 6 milioni 852mila individui (11,6% del totale), in calo di 168mila unità rispetto al 2025. La popolazione in età attiva (15-64enni) ammonta a 37 milioni 270mila (63,2% del totale), con una riduzione di 73mila individui sull’anno precedente. Gli over 65enni sono 14 milioni 821mila (25,1% del totale), oltre 240mila in più rispetto all’anno precedente. Crescono gli ultra-ottantacinquenni che raggiungono i 2 milioni 511mila individui (+101mila) e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari ammontano a 24mila e 700 unità, oltre 2mila in più rispetto all’anno precedente.

Il processo di invecchiamento interessa l’Unione europea nel suo insieme. Diminuisce il peso della popolazione giovanile e in età lavorativa mentre cresce quello degli individui sopra i 65 anni. Al 1° gennaio 2025, nell’Ue27, i giovani di età compresa tra 0 e 14 anni rappresentano il 14,4%, le persone in età attiva il 63,6%, gli anziani il 22,0%. Le quote più elevate di giovani si osservano in Irlanda (18,5%), Svezia (16,8%) e Francia (16,6%). L’Italia presenta la percentuale più bassa di giovani (11,9%) e la maggiore di anziani (24,7%), Questo squilibrio si riflette nell’età mediana, pari a 49,1 anni in Italia, oltre quattro anni in più rispetto alla media Ue27 (44,9 anni), quasi 10 anni in più rispetto all’Irlanda (39,6) che presenta il valore minimo.
 

Anche se diffusamente accettato, il concetto di invecchiamento della popolazione basato sul mero conteggio delle persone che superano i 65 anni rappresenta una semplificazione, retaggio del passato. L’anziano di oggi conduce uno stile di vita diverso e gode di una salute migliore rispetto ai coetanei del passato. La soglia di ingresso nella cosiddetta terza età tende infatti a spostarsi in avanti, progredendo con le capacità fisiche e intellettuali del capitale umano che si riflettono anche sulle condizioni socio-economiche.

Come misura alternativa, il processo di invecchiamento si può misurare, tra le varie possibilità, con indicatori dinamici basati sulla speranza di vita residua. Ad esempio, se si assumesse come parametro fisso la speranza di vita residua a 65 anni degli uomini nel 1960 (pari a 13,1 anni), nel 2025 sarebbero considerati anziani coloro che hanno un’età pari a 74 anni per gli uomini e a 77 per le donne. In tale circostanza, la quota di popolazione anziana, quella che cioè insiste su tali soglie, sarebbe solo del 12,3%, ovvero la metà rispetto al 24,7% basato sul concetto anagrafico della quota di individui di 65 anni e più (Figura 7). Ciò evidenzia come una soglia dinamica permetta di valutare l’invecchiamento tenendo conto dei mutamenti reali nel tempo della sopravvivenza, pervenendo a un ordine di grandezza del fenomeno sensibilmente inferiore, con la possibilità di valutarne meglio l’impatto.

 

Il numero medio di figli per donna scende a 1,14

Il numero medio di figli per donna è stimato in 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024. L’uniforme diminuzione sul territorio nazionale è tale che le differenze tra le aree geografiche restano invariate. Il Centro ha la fecondità più bassa (1,07 figli per donna; 1,11 nel 2024), seguito dal Nord con 1,15 (da 1,19) e dal Mezzogiorno con 1,16 (da 1,20). Prosegue la posticipazione delle nascite. L’età media al parto sale da 32,6 a 32,7 anni, con un incremento omogeneo di un decimo di anno per tutte le ripartizioni geografiche. Il Centro si conferma l’area in cui i figli si fanno più tardi: 33,1 anni, mentre nel Nord e nel Mezzogiorno l’età media al parto è pari, rispettivamente, a 32,8 anni e a 32,4 anni.  È quanto emerge dagli Indicatori demografici dell’Istat pubblicati oggi.

La regione con la fecondità più bassa continua a essere la Sardegna che, per il sesto anno consecutivo, presenta una fecondità inferiore all’unità, pari a 0,85 e in diminuzione sul 2024 (0,91). Seguono Molise e Lazio, con un numero medio di figli per donna pari, rispettivamente, a 1,02 e 1,05. Al Trentino-Alto Adige spetta, ancora una volta, il primato di regione con la fecondità più elevata, con un numero medio di figli per donna di 1,40. Seguono, su livelli più bassi, Sicilia (1,23) e Campania (1,22).

 

5,5 mln gli stranieri residenti (9,4% popolazione) 

Al primo gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità, in aumento di 188mila individui (+3,5%) rispetto all’anno precedente, con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,4%. L’Istat spiega poi che “la crescita della popolazione straniera è trainata soprattutto da un forte saldo migratorio con l’estero (+348mila), cui si accompagna un saldo naturale di entità inferiore ma positivo (+36mila). Unica voce in perdita per gli stranieri residenti (ma meramente da un punto di vista definitorio, essendo riferita a individui che continuano a risiedere nel Paese) è quella relativa alle acquisizioni della cittadinanza italiana che si attestano a 196mila”.

La presenza straniera si concentra soprattutto al Nord, dove risiedono 3 milioni 230mila individui (pari al 58,1% degli stranieri residenti in Italia), per un’incidenza rispetto al totale dei residenti pari all’11,7%. Nel Centro risiedono un milione 344mila stranieri (24,2% del totale) con un’incidenza dell’11,5%. Piu’ contenuta la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno, 986mila unita’ (17,7%), che rappresentano appena il 5,0% della popolazione residente in questa area geografica”. 

La popolazione di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui rispetto al primo gennaio 2025: “il bilancio negativo dei residenti italiani – spiega l’Istat – si deve principalmente a un saldo naturale ampiamente negativo, a cui si associa anche un saldo migratorio con l’estero che, tra rimpatri ed espatri, si attesta sul valore di -53mila”.

Il calo di residenti italiani, comune a tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel Mezzogiorno con 118mila connazionali in meno. Nel 2025 le acquisizioni di cittadinanza italiana (196mila) risultano in diminuzione rispetto ai livelli degli anni precedenti (214mila nel 2023 e 217mila nel 2024).

Calo “da imputare principalmente alle modifiche del quadro normativo introdotte dal dl 36/2025 (convertito nella legge 74/2025) che prevede restrizioni all’acquisizione della cittadinanza italiana iure sanguinis”. Nel 2025 i cittadini albanesi e marocchini mantengono il primato per volume di acquisizioni (rispettivamente 26mila e 23mila casi), seguiti dai cittadini rumeni (16mila) che si confermano al terzo posto: circa un terzo del totale delle acquisizioni è detenuto da queste tre nazionalità originarie.

Il confronto anno su anno dei flussi di acquisizione della cittadinanza italiana mette in luce variazioni negative tra le comunità storicamente più importanti: si registrano forti cali rispetto al 2024 tra gli albanesi e gli argentini (-6mila), i marocchini (-4mila), i brasiliani (-3mila), gli indiani (-3mila) e i moldavi (-2mila). In controtendenza risultano invece le acquisizioni da parte di cittadini pachistani (+2mila), filippini (+1500) e rumeni (+1000). (AGI)Bas

 

 

Diminuiscono matrimoni nel 2025, -8 mila rispetto al 2024

In base a dati provvisori, nel 2025 i matrimoni, che da tempo non rappresentano un necessario passaggio preliminare alla nascita di un figlio, sono 165mila, 8mila in meno sul 2024. Diminuiscono soprattutto quelli celebrati con rito religioso (-11,7%) e, lievemente, anche quelli celebrati con rito civile (-0,2%). Il tasso di nuzialità è pari a 2,8 per mille (2,9 nel 2024) e il valore più alto continua a osservarsi nel Mezzogiorno (2,9 per mille). Nel Nord e nel Centro è pari a, rispettivamente, 2,8 e 2,7 per mille. 

 

Si riduce a quattro anni divario di genere per la vita media

Nel panorama europeo l’Italia è notoriamente uno dei Paesi con la più alta aspettativa di vita. In base ai dati Eurostat relativi al 2024, gli ultimi disponibili per un confronto, gli uomini italiani si collocano al secondo posto grazie a una speranza di vita di 81,5 anni, superati dai soli svedesi con 82,6 anni a fronte di una media Ue27 di 79,2 anni. Le italiane, a loro volta, si collocano al terzo posto con 85,6 anni, superate dalle francesi (85,9) e dalle svedesi (86,5), per una media Ue27 di 84,4 anni.

A favorire questi importanti traguardi concorre naturalmente l’andamento dei decessi che, superata la vicenda pandemica, hanno riacquisito il loro naturale trend storico. Nel 2025 essi sono stati 652mila, in linea con il dato del 2024 quando se ne registrarono 653mila. In rapporto al numero di residenti si hanno 11,1 decessi ogni mille abitanti, come nell’anno precedente.
Istat: si riduce a quattro anni divario di genere per la vita media-2-

Il numero contenuto di decessi favorisce un aumento della speranza di vita alla nascita rispetto al 2024. Nel 2025 questa è stimata in 81,7 anni per gli uomini (2 decimi di crescita) e in 85,7 anni per le donne (un decimo in più). Ciò fa sì che nel 2025 la differenza di genere sia scesa ad appena 4 anni, un livello che per ritrovarlo indietro nel tempo occorre risalire al 1953. Agli inizi del secolo scorso, infatti, la differenza donna-uomo era inferiore a un anno. Con gli anni, tale valore è andato progressivamente aumentando, fino a toccare un massimo di 6,9 anni nel 1979. Da lì in avanti la differenza di speranza di vita tra donne e uomini è andata via via riducendosi.

Storicamente le donne vivono più a lungo, anche per un riconosciuto vantaggio biologico, ma oggi gli uomini hanno iniziato a recuperare grazie a una combinazione di fattori sociali, comportamentali e sanitari. In primo luogo, contano i cambiamenti negli stili di vita maschili (es: attitudine al fumo diminuita, che ha consentito di ridurre morti premature per tumori e malattie cardiovascolari). In secondo luogo, i miglioramenti nella prevenzione e nella medicina consentono oggi diagnosi più precoci e cure migliori per malattie tipicamente maschili (per es. gli infarti). Sul versante delle donne, invece, conta il cambiamento del loro ruolo sociale. Le donne oggi lavorano di più fuori casa e sono più esposte a stress e a fattori di rischio. I fattori biologici a loro vantaggio ancora sussistono ma contano meno che in passato, in quanto sostituiti dal peso prevalente dei fattori sociali e sanitari che portano il divario di genere a ridursi.
 

 

 

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