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Home » lo studio individua una finestra di 10 anni
Salute

lo studio individua una finestra di 10 anni

Di Sala Notizie26 Marzo 20264 min di lettura
lo studio individua una finestra di 10 anni
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La malattia di Parkinson è conosciuta soprattutto per i suoi sintomi motori: tremore, rigidità, lentezza nei movimenti. Ma le ricerche degli ultimi anni indicano come la patologia possa iniziare molto prima che questi segni compaiano. Tra i segnali precoci più studiati ci sono i disturbi dell’umore: ansia e depressione possono precedere i sintomi motori anche di anni.
Uno studio dell’Unità di Ricerca di Epidemiologia e Prevenzione dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con l’Unità di Ricerca e di Neurofisiologia Clinica dello stesso istituto e con l’Università LUM di Casamassima, contribuisce ora a definire con maggiore precisione questa relazione, soprattutto dal punto di vista del tempo che intercorre tra i segnali precoci e la comparsa clinica della malattia.

La ricerca, pubblicata sul Journal of Neurology, è stata condotta nell’ambito del Progetto Moli-sani. Delle oltre 24.000 persone partecipanti al progetto, seguite per una mediana di quindici anni, al momento del reclutamento nello studio 1.760 avevano una diagnosi di ansia o depressione con relativo trattamento farmacologico. Analizzando negli anni successivi i dati sul loro stato di salute, e confrontandoli con quelli di altri partecipanti che non presentavano quei disturbi, i ricercatori hanno potuto osservare che le persone con ansia o depressione iniziale presentavano un rischio doppio di sviluppare il Parkinson. L’elemento più rilevante, però, ha riguardato il ruolo del tempo intercorso tra la diagnosi di ansia o depressione e la manifestazione clinica del Parkinson: l’associazione tra i disturbi psichiatrici e il successivo sviluppo della malattia è risultata evidente solo quando i due eventi si verificavano a distanza di meno di dieci anni l’uno dall’altro. Oltre questa soglia temporale, il legame scompare. Questo suggerisce che ansia e depressione, quando seguite dal Parkinson non rappresentano una condizione concomitante o di rischio, ma un segnale precoce della neurodegenerazione in corso.

“La finestra temporale di circa 10 anni che abbiamo identificato – spiega la dottoressa Francesca Bracone, prima autrice dello studio – è un dato concreto che può aiutare i clinici a interpretare con maggiore attenzione alcuni possibili segnali precoci della malattia. Non si tratta di allarmare chi soffre di ansia o depressione: questi disturbi sono molto comuni e, nella grande maggioranza dei casi, non precedono il Parkinson. Ma quando si presentano insieme ad altri segnali non motori come i disturbi del sonno o la perdita dell’olfatto, una maggiore attenzione neurologica potrebbe fare la differenza”.
“Questo studio – sottolinea il professor Alfredo Berardelli, Professore Emerito di Neurologia presso l’Università la Sapienza di Roma e Coordinatore dell’Unità di Ricerca e di Neurofisiopatologia Clinica dell’IRCCS Neuromed – ha anche evidenziato che l’associazione era ancora più marcata nelle persone che erano state trattate contemporaneamente sia per ansia che per depressione, mentre non emergeva alcun rischio in chi aveva soltanto dichiarato di avere questi disturbi, ma non riceveva una terapia specifica, o viceversa assumeva farmaci ma senza una diagnosi dichiarata. Questo rafforza l’importanza di incrociare le informazioni cliniche con quelle farmacologiche per identificare correttamente le persone a rischio”.

“A venti anni dal suo inizio, il Progetto Moli-sani è uno degli studi di coorte più longevi d’Italia – commenta il professor Augusto Di Castelnuovo, dell’Unità di Ricerca di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCCS Neuromed – e questo ci ha permesso di osservare i partecipanti per un lungo periodo di tempo, ricostruendo con precisione la storia clinica di ciascuno. Siamo così riusciti a dare una misura temporale concreta a qualcosa che la medicina sospettava da tempo: che la mente possa anticipare i segnali di una malattia del movimento”.
Questi risultati potrebbero aprire la strada a strategie di sorveglianza più mirate, che non sostituiscano gli attuali percorsi diagnostici ordinari, ma li integrino con una maggiore attenzione verso i segnali psichiatrici precoci.

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