A cinquantuno giorni dall’incendio che ha accelerato lo sgombero e interrotto una storia durata ben tredici anni, la vicenda di Spin Time è tornata ad animare le strade della Capitale. Se l’emergenza abitativa più immediata per chi è rimasto privo di un tetto è stata provvisoriamente arginata, il palazzo rimane tuttora sotto sequestro e sigillato, in attesa degli sviluppi della trattativa per la cessione al Comune di Roma. Migliaia di persone si sono riunite in un corteo partecipato e rumoroso per chiedere che quell’esperienza non venga cancellata, ma diventi al contrario il punto di partenza per ridefinire il modo di abitare e vivere gli spazi urbani.
Una comunità contro la rendita e la speculazione
A ritmo di tamburi e con enormi chiavi di cartapesta sollevate sopra la folla, i manifestanti hanno ribadito il rifiuto delle dinamiche orientate solo alla valorizzazione finanziaria. Come spiegato durante il presidio da Mosè Vernetti, la mobilitazione testimonia la vicinanza di un’ampia parte della cittadinanza a un’idea di città che non subordini il diritto fondamentale alla casa alla ricerca del profitto dei fondi immobiliari. Lo slogan cardine della giornata, impresso sui grandi striscioni in testa al corteo, ha ricordato con chiarezza che i centri urbani appartengono a chi li vive e non a chi specula.
La protesta al Ministero contro il Piano Casa
La manifestazione ha percorso le vie capitoline fino a raggiungere la sede del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dove è stata simbolicamente allestita una tavola apparecchiata in mezzo alla strada per rappresentare la quotidianità strappata. Nel mirino della piazza è finito direttamente il Piano Casa del ministro Salvini, accusato di eludere il dramma sociale degli sfratti e dell’inaccessibilità degli affitti. Togliere un tetto o murare degli stabili, hanno ribadito i presenti, non elimina il bisogno reale di un’abitazione, che continua a esistere e a pretendere risposte politiche concrete.

