Il blitz questa mattina a Pietracatella (Campobasso): agenti della squadra mobile di Campobasso e uomini del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato sono entrati per una perquisizione nello studio di commercialista di Gianni di Vita, marito e padre di Antonella e Sara, morte per avvelenamento da ricina. 

 

L’ufficio si trova di fronte all’abitazione della famiglia Di Vita-Di Ielsi. Lo si apprende dai canali social del Tg1. Al momento nel fascicolo per duplice omicidio della Procura di Larino non ci sono indagati.
 

Si tratta dello stesso ufficio di contabilità fiscale e assistenza, nella disponibilità di Gianni Di Vita, nel quale il 31 luglio erano stati sequestrati un computer desktop Lenovo e dieci pen drive. Il sequestro era stato successivamente convalidato il 3 agosto. E proprio su quel materiale informatico ieri, 28 settembre, sono iniziate le operazioni di copia forense, estrazione e indicizzazione dei dati, affidate agli specialisti della Direzione Centrale Anticrimine-Servizio Centrale Operativo nell’ambito di un accertamento tecnico irripetibile disposto dalla Procura di Larino. 

 

Tra le recenti ipotesi investigative sulle quali lavoravano gli inquirenti, un’azione volontaria, che avrebbe provocato la morte per avvelenamento di madre e figlia.

Quei 131 prelievi eseguiti a luglio 
Al centro delle verifiche condotte di recente, anche la presenza della ricina su reperti e alimenti sequestrati nell’abitazione delle vittime. 

 

Indicazioni nella stessa direzione erano arrivate, seppure ancora informalmente, anche dagli esperti del Robert Koch Institute di Berlino. Le loro valutazioni dovranno ora essere formalizzate nelle relazioni ufficiali attese dalla Germania. Proseguono, nel frattempo da giorni, le audizioni delle persone informate sui fatti e gli approfondimenti sui rapporti personali e familiari delle vittime. 

 

Morte avvelenate, l’estrazione dati dal computer di Gianni Di Vita
Ieri mattina, erano stati attivati in questura a Campobasso gli accertamenti sul computer e sulle dieci pen drive sequestrati lo scorso 31 luglio a Gianni Di Vita, il papà e marito delle due donne morte lo scorso dicembre a Pietracatella per avvelenamento da ricina. La procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, ha incaricato personale specializzato dello Sco per l’estrapolazione dei dati contenuti nei dispositivi elettronici. Alle operazioni hanno partecipato anche le parti: indagati, avvocati, parti offese e consulenti. Si è presentato però solo Gianni Alfonso, consulente informatico dell’avvocato Vittorino Facciolla, il legale che assiste Gianni Di Vita.

 

 

La Procura, nell’ambito delle indagini sulla morte di madre e figlia, ha chiesto in particolare l’estrazione di dati inerenti eventuali rapporti, relazioni e legami correlabili alle navigazioni internet dirette a procurarsi ricina da parte delle due vittime, Sara Di Vita e sua mamma Antonella Di Ielsi; dati relativi ai rapporti con famigliari, parenti e amici, utili a ricostruire le abitudini di vita, i rapporti delle vittime; eventuali annotazioni da parte delle vittime su alimenti consumati nei giorni antecedenti ai malori; eventuali documenti, note, pagine di diario, lettere inerenti eventuali malattie sofferte dalle vittime e non conosciute; chat, foto, registrazioni vocali, note, navigazioni internet, rilevazione delle posizioni dei dispositivi, degli indirizzi email e degli account dei profili social network. 

L’arco temporale della ricerca è molto ampio, va dalla prima accensione dei dispositivi fino al giorno del loro ultimo utilizzo. Il tempo fissato per ultimare il lavoro è di 60 giorni salvo proroga. 

 

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