Una pistola sequestrata durante uno degli ultimi blitz contro la ‘ndrangheta porta alla riapertura dell’inchiesta sull’omicidio del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, ucciso da un commando della ‘ndrangheta il26 giugno 1983. L’arma è stata trovata dai finanzieri del Gico della guardia di finanza, nell’appartamento dove viveva Francesco D’Onofrio, ex terrorista di Prima Linea e da anni coinvolto nelle inchieste della criminalità organizzata. Secondo quanto riportato dal quotidiano La Stampa, si tratta di una P38 Special Smith&Wesson, modello 49 «bodyguard» a tamburo, importata in Italia nel 1979 e venduta a un’armeria di Moncalieri. D’Onofrio – già indagato e archiviato per il delitto del giugno 1983 – sostiene di aver comprato da un giovane di Moncalieri.
Ora la procura di Milano ha aperto un nuovo fascicolo sul primo omicidio di un magistrato di ‘ndrangheta al Nord: sono i pm milanesi quelli competenti a indagare sui reati che coinvolgono, anche come vittime, i magistrati torinesi. Saranno necessari infatti ulteriori approfondimenti per raffrontare l’arma trovata nello stabile di Moncalieri e i proiettili che colpirono a morte Caccia. Per quel delitto sono stati condannati in via definitiva il boss della ‘ndrangheta, Domenico Belfiore, considerato tra i mandanti, e Rocco Schirripa, tra gli esecutori materiali. I nomi degli altri componenti del gruppo di fuoco non sono mai emersi, la famiglia Caccia continua a battersi per la verità. Secondo il collaboratore di giustizia Domenico Agresta, tra i giovani boss delle ndrine, D’Onofrio ha partecipato al delitto, ma lui ha sempre negato e la procura aveva archiviato l’indagine perché non c’erano riscontri. Ora una nuova svolta.