Una coperta per scaldarsi, una bevanda calda e un pasto veloce. Così è iniziata la nuova vita dei 44 migranti sbarcati questa mattina al molo Favarolo di Lampedusa. Dopo giorni trascorsi tra “acciaio e ruggine”, circondati dal nulla se non dal mare, il gruppo ha finalmente toccato terra grazie all’intervento della nave Aurora, della ONG Sea-Watch.
L’odissea sulla piattaforma Didon
I profughi, quasi tutti di origine subsahariana e tra cui figurano tre bambini, avevano trovato rifugio sulla piattaforma petrolifera abbandonata “Didon”, a circa 75 chilometri dalle coste della Tunisia, dopo essere partiti dal Nord Africa. Sono rimasti isolati per cinque giorni prima che la nave Aurora li raggiungesse. Inizialmente, le autorità italiane avevano assegnato Porto Empedocle come luogo di sbarco, ma la carenza di carburante dell’imbarcazione ha spinto l’ONG a chiedere, e ottenere, l’attracco a Lampedusa.
Le polemiche sui soccorsi
Non mancano le critiche alle istituzioni. Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch Italia, ha denunciato un “colpevole vuoto istituzionale”, affermando che la presenza dei migranti sulla piattaforma era nota alle autorità fin dal pomeriggio del 2 aprile, ma che nessuna operazione di soccorso statale era stata lanciata in quel lasso di tempo.
Lampedusa tra accoglienza e dolore
I 44 superstiti sono stati trasferiti nell’hotspot dell’isola, dove il clima resta pesante. Nello stesso centro si trovano infatti i 58 sopravvissuti a una tragedia avvenuta solo tre notti fa: il ribaltamento di un barcone in area SAR che ha causato 19 vittime. Mentre i nuovi arrivati iniziano il loro percorso di integrazione, Lampedusa si trova ancora una volta a fare i conti con i feretri di chi, quel viaggio, non è riuscito a portarlo a termine.
