La gip di Milano Angelica Cardi ha convalidato il controllo giudiziario della Caddell Construction per il presunto caporalato ai danni degli operai impegnati nei lavori per la costruzione del nuovo Consolato Usa. Francesco Brigatti, l’amministratore giudiziario nominato, dovrà “impedire che si verifichino situazioni di grave sfruttamento lavorativo e controllerà il rispetto delle norme e delle condizioni lavorative specialmente con riguardo alla corresponsione di adeguata retribuzione” e “procederà alla regolarizzazione dei lavoratori che, al momento del procedimento prestavano la propria attività lavorativa in assenza di un regolare contratto e, al fine di impedire che le violazioni si ripetano, adotterà misure anche in difformità da quelle proposte dall’imprenditore o dal gestore”.
La giudice rileva poi che “in base alle emergenze conseguite in questa primissima fase delle indagini” emergono “gravi indizi che i fatti siano stati commessi nei confronti di più di tre lavoratori e che sussiste “l’aggravante di aver commesso il fatto mediante violenza o minaccia“.
“Tutti i lavoratori hanno, infatti, riferito che dinanzi alle loro rimostranze ai responsabili della società sul corrispettivo loro riconosciuto o sugli orari di lavoro venivano minacciati di essere licenziati e di essere costretti a rientrare nel proprio paese di origine – si legge nella nota – Almeno allo stato degli atti, quanto descritto in termini di analisi del trattamento retributivo non sembra frutto di estemporanee iniziative di soggetti inseriti nell’organigramma delle società quanto, piuttosto, di una sorta di consuetudine aziendale”.
Avrebbe dunque minacciato almeno cinquanta lavoratori, che in alcuni casi gli chiedevano solo di “potersi assentare il tempo strettamente necessario per il riposo” dopo che si erano infortunati sul cantiere, l’indiano Aji Appukuttan, presunto “caporale operativo” della Caddell.
Ulas Demir, 46 anni, indagato nell’inchiesta insieme alla società americana, si era avvalso della facoltà di non rispondere davanti al giudice per le indagini preliminari di Bergamo. Il gip ha poi convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere. Il provvedimento si inserisce nell’ambito dell’indagine sul presunto sfruttamento dei lavoratori impiegati nei cantieri del nuovo Consolato degli Stati Uniti a Milano.
Nel corso dell’interrogatorio, il manager aveva scelto di non rispondere alle domande del giudice, limitandosi a rendere dichiarazioni spontanee. Demir aveva sostenuto di non aver tentato di sottrarsi alle indagini, spiegando che non gli era stato imposto alcun divieto di lasciare il Paese quando, domenica scorsa, era stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio mentre si apprestava a imbarcarsi per Istanbul.
L’uomo, uno dei manager della branca italiana di Caddell e fermato all’aeroporto di Orio al Serio, è indagato insieme alla società statunitense per le ipotesi di intermediazione illecita e sfruttamento dei lavoratori. Nelle prossime ore il giudice dovrà pronunciarsi sulla richiesta della Procura di convalidare il fermo e disporre la custodia cautelare in carcere avanzata dal pubblico ministero Raffaella Latorraca.
A seguito del controllo giudiziario del 29 maggio, in cui sono state riscontrate “numerose violazioni” nel cantiere, Demir, intercettato, ha avuto una telefonata con un interlocutore sconosciuto, in cui – secondo i magistrati – emergeva “chiara la volontà di fuggire” del manager turco, che il giorno dopo, ovvero ieri, ha acquistato un biglietto aereo.
Meno di 3 euro l’ora per 10-12 ore di lavoro al giorno
Secondo quanto ricostruito dalle indagini, nel cantiere sarebbero stati impiegati lavoratori “in condizioni di sfruttamento, approfittando del loro stato di bisogno” in una situazione di “para-schiavismo“. Lavoratori indiani reclutati dalla società Dynamic House di Nuova Dehli che venivano pagati meno di tre euro l’ora. Per 10-12 ore di lavoro al giorno in cantiere, sei giorni su sette, erano pagati 1200-1500 euro, a cui dovevano togliere quasi 900 euro per pagarsi vitto e alloggio. Tutto ciò dopo aver versato persino un “pizzo” da 4500 euro nel loro paese agli “intermediari” che gli avevano “permesso” di arrivare in Italia a lavorare, senza conoscere la lingua, firmando carte che non sapevano leggere, tra insulti, botte e minacce, soprattutto quella di essere licenziati e “rispediti in India”. Venerdì la Procura ha richiesto al giudice per le indagini preliminari (gip) il controllo giudiziario in via di urgenza per la società.
