A 51 anni dalla strage di piazza della Loggia viene data un’identita’ a chi mise nel cestino una delle bombe che hanno marchiato la storia d’Italia. Il Tribunale dei Minori di Brescia ha condannato a 30 anni di carcere Marco Toffaloni, detto ‘Tomaten’ dagli amici per il rossore che infiammava le sue guance, sedicenne veronese militante della destra eversiva descritto dai testimoni come dotato di una “personalita’ particolare, un’intelligenza spinta quasi al geniale”. Oggi all’anagrafe e’ Franco Maria Muller, cittadino svizzero per il quale il suo attuale Paese ha fatto sapere che non procedera’ all’estradizione, ritenendo il reato prescritto in base alle leggi elvetiche. A meno che, ma questa e’ solo un’ipotesi, non gli venga revocata la cittadinanza in seguito a un’eventuale condanna definitiva.
Il processo, a porte chiuse per la minore eta’ all’epoca dell’imputato, e’ ‘gemello’ di quello in corso davanti alla Corte d’Assise di Brescia dove si sta svolgendo il dibattimento a carico di Roberto Zorzi, allora neofascista veronese, che aveva gia’ 18 anni e ora vive negli Usa, a Seattle, dove gestisce un allevamento di dobermann che ha chiamato ‘Il Littorio’. Toffaloni e Zorzi sono considerati i due esecutori materiali della strage nell’inchiesta quater sull’attentato iniziata nel 2011, sotto l’impulso anche degli accertamenti dell’ex colonnello del Ros dei carabinieri, Massimo Giraudo.
Il punto di partenza al quale gli inquirenti si sono sempre richiamati era la sentenza definitiva che ha portato alle, finora, uniche condanne definitive nel 2017 per per Maurizio Tramonte, nelle vesti di mandante, e Carlo Maria Maggi, la fonte ‘Tritone’ dei servizi segreti, incidendo la verita’ intangibile che quella fu una strage della destra neofascista “nell’ambito dellla strategia della tensione”, con la complicita’ di molti ‘pezzi’ dello Stato.
Sono tre i ‘pilastri’ attorno ai quali ruotava l’accusa.
Il primo sono le testimonianze, in particolare quella di Ombretta Giacomazzi, considerata la figura chiave di questo nuovo capitolo giudiziario.
Bisogna allora tornare a quei tempi di amore e morte quando la ragazza si invaghi’ di Silvio Ferrari, neofascista ma anche informatore clandestino e infedele delle forze dell’ordine, un personaggio che traccia una linea nella storia perche’, sei giorni prima dell’attentato, salto’ in aria a bordo della sua Vespa in piazza Mercato trasportando dell’esplosivo. Venne in contatto anche con ‘Tomaten’ e comincio’ a frequentare gli ambienti di destra estrema nei quali maturo’ l’idea dell’attentato. E’ Giacomazzi a ricordare Toffaloni alle riunioni eversive: a Brescia, nella caserma dei carabinieri di Parona e a Palazzo Carli, a Verona, allora sede del comando Ftase.
Per Bressanelli “il suo racconto e’ credibile ed e’ riscontrato”, a cominciare dalla minuziosa descrizione dei luoghi. “Mi sento in colpa per la strage – ha dichiarato in aula Giacomazzi, per molti anni reticente – anche perche’ se avessi parlato prima forse i familiari non avrebbero sofferto cosi’ tanti anni. Pero’ e’ anche vero che io ho salvato la mia pelle”. Per la Procura Toffaloni era “il giovane adatto” a commettere la strage assieme ad altri perche’ i giovani ordinovisti erano “necessari” da mandare in prima linea al posto dei ‘vecchi’ che sarebbe stato troppo facile riconoscere. Secondo elemento valorizzato dall’accusa sono le dichiarazioni dell’ex ordinovista veneto Giampaolo Stimamiglio al quale, alla fine degli anni Ottanta, Toffaloni avrebbe confessato di avere avuto un ruolo nella strage. Una confessione che avrebbe poi trovato “una formidabile conferma” da una teste “che ha detto di avere fatto un viaggio in treno con Toffaloni e che lui le disse che sarebbe andato in Svizzera perche’ qui in Italia lo accusavano di avere incendiato delle macchine e dei cassonetti ma non lo perseguivano per quello che aveva fatto”.
E poi c’e’ la fotografia che ritrarrebbe Toffaloni in piazza dopo l’esplosione, sequestrata nel 2016 nell’abitazione della famiglia dell’imputato. “E’ un’immagine di prima delle dichiarazioni di Stinamiglio, il quale pero’ non ne era a conoscenza, un passaggio che rende ancora piu’ rilevante il suo contributo”, ha scritto la pm nella sua memoria. “Se optiamo per la presenza di Toffaloni in piazza, allora questo non puo’ che indicare la sua partecipazione all’attentato”, continua la pm. Per la Procura non ci sono dubbi che ci fosse lui in quella foto “all’esito del confronto tra i tecnici che l’hanno analizzata” e, se alcuni testi non lo hanno riconosciuto in aula, come fatto notare dalla difesa, e’ per la montagna di anni trascorsa e perche’ hanno avuto “paura di concorrere a una severa condanna e scelto di non danneggiare l’imputato”.
L’avvocato Marco Gallina aveva chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto, sostenendo che non ci fossero prove e, in subordine, aveva invitato i giudici ad accertare la capacita’ d’intendere e di volere di ‘Tomaten’ alla luce della sua minore, eta’. Ma per i giudici che hanno accolto la richiesta dell’accusa alla pena massima per il codice minorile quel ragazzo era “un soggetto maturo e dalla lettura degli atti emerge che fosse perfettamente consapevole dell’antisocialita’ del crimine commesso: molto intelligente, partecipava con fervore alle riunioni di Ordine Nuovo e dei Guerriglieri di Cristo Re perche’ ne condivideva il progetto”. Aveva inoltre “consapevolezza del disvalore sociale della sua condotta e aveva deciso consapevolmente di annientare la vita di altri esseri umani per un preciso disegno politico eversivo liberamente condiviso”.
“Grazie ai magistrati – le parole commosse di Manlio Milani, presidente dell’associazione dei familiari – questa condanna certifica che tutti sapevano tre giorni dopo. Mi lascia attonito che abbiamo dovuto aspettare 50 anni. Quello che emerge e’ un quadro complessivo in cui le ‘coperture’ erano il dovere assoluto”. Per il procuratore Silvio Bonfigli, “la verita’ processuale si avvicina lentamente ma inesorabilmente”.