Roberto Savi ha scelto la linea del silenzio davanti ai magistrati della Procura di Bologna che si sono recati nel carcere di Bollate, in provincia di Milano, per ascoltarlo nell’ambito della nuova inchiesta sulla banda della Uno Bianca. L’ex poliziotto si è avvalso quindi della facoltà di non rispondere. L’indagine è stata riaperta dopo l’esposto presentato dai familiari delle vittime e mira a fare luce su eventuali responsabilità mai emerse nel corso dei precedenti procedimenti giudiziari. Questa mattina era previsto anche l’interrogatorio del fratello, Fabio Savi, detenuto nel medesimo istituto penitenziario.
Fabio, unico componente della banda a non appartenere alle forze dell’ordine, fu insieme a Roberto uno dei principali protagonisti del gruppo criminale che, tra il 1987 e il 1994, seminò terrore tra Emilia-Romagna e Marche. L’incontro con i magistrati si è concluso dopo circa due ore. Il procuratore capo Paolo Guido e la procuratrice aggiunta Lucia Russo hanno lasciato il carcere poco dopo le 13 senza rilasciare dichiarazioni ai giornalisti presenti. Sul contenuto degli interrogatori, quindi, al momento non filtrano informazioni ufficiali. La nuova attività investigativa nasce dall’esposto depositato dai parenti delle vittime delle stragi e degli omicidi attribuiti alla banda della Uno Bianca.
L’obiettivo degli inquirenti è verificare se, oltre ai sei componenti già condannati in via definitiva, possano essere esistiti complici, fiancheggiatori o addirittura mandanti rimasti finora nell’ombra dopo alcune dichiarazioni rese da Roberto Savi nel maggio scorso durante la trasmissione televisiva ‘Belve Crime’, condotta da Francesca Fagnani. In quell’occasione l’ex poliziotto, condannato all’ergastolo, aveva sostenuto che in alcuni episodi i Servizi segreti avrebbero avuto un ruolo nell’indirizzare l’azione della banda verso determinati obiettivi.
Affermazioni che hanno attirato l’attenzione degli investigatori e che ora saranno oggetto di ulteriori verifiche. Tra i fatti sui quali si concentrano gli accertamenti figurano quattro dei 23 delitti, l’omicidio dei carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi, assassinati il 20 aprile 1988 a Castel Maggiore nella zona del Pilastro, e il duplice delitto di Licia Ansaloni e Pietro Capolungo, uccisi il 2 maggio 1991 all’interno dell’armeria di via Volturno a Bologna.
Familiari vittime, non ci possiamo fidare delle parole e dei silenzi dei Savi
“E’ vergognoso che uno vada in tv per lanciare messaggi biascicati senza alcuna sostanza o prova possibile e quando vanno i magistrati a sentirlo non dica nulla. Questo conferma la totale inattendibilità del criminale”. Lo dice Alberto Capolungo, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della Banda della Uno bianca, commentando l’interrogatorio dei fratelli Savi in carcere a Milano, con Roberto che si è avvalso della facoltà di non rispondere. “E’ ancora più grave che due assassini che hanno partecipato a tutti gli eventi diano versioni così contrastanti. Questo dimostra che non possiamo assolutamente fidarci delle loro parole, illazioni o dei loro silenzi”, aggiunge.