Mongwalu è una cittadina mineraria nell’Ituri, est del Congo, considerata l’epicentro della 17° epidemia di ebola. Stanno portando fuori il corpo, l’hanno trovato stamattina i figli. Le persone, spesso, rifiutano di andare in ospedale. Paura, superstizioni, non credono che il virus esista.
Elharij Diop di Medici Senza Frontiere: “Ci sono molti decessi perché le persone arrivano tardi in ospedale ed è più complicato curarli. Hanno paura, pensano che in ospedale moriranno, ma se arrivassero prima, riusciremmo a curarli, ad evitare che muoiano.” Qui è dove tutto è iniziato, ma all’inizio nessuno sapeva cosa fosse questa malattia che uccideva le persone.
Richard Lokudo, medico direttore di ospedale: “I primi casi pensavamo fosse malaria. C’è voluto molto tempo prima che venisse individuato il ceppo Bundibugio. E molte persone sono morte.”
Il carro trasporta la bara verso il cimitero, i familiari seguono a piedi, correndo. Nello stesso tempo un secondo funerale si dirige nello stesso cimitero. Solo qui le fosse sono centinaia. Sono oltre 700 i casi confermati nella Repubblica Democratica del Congo. 180 morti, dicono i dati ufficiali, ma i numeri sono certamente sottostimati, ci dice il pastore che celebra i funerali: “Sono qui per aiutare le persone con la preghiera e in media facciamo da 7 a 10 funerali al giorno.” La guerra contro il virus conta anche sopravvissuti. Florence guarda il video di quando è stata dimessa. È sopravvissuta insieme ad una bambina, figlia di amici, e ora può testimoniare quanto sia importante lasciarsi curare.