Delle cinque ore di interrogatorio di Valter Lavitola il Gip ha tenuto conto quasi soltanto della confessione. “Sono stato mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci, l’ho fatto perché ottenesse un rafforzamento della scorta”. Per la giudice Iole Moricca, che ha respinto la sua richiesta di domiciliari, si tratta di dichiarazioni sul movente fumose, assolutamente generiche e prive di riscontro. “Ricostruzioni inverosimili”, scrive anche la procura di Roma. Secondo il faccendiere, Ranucci stava rischiando la vita nel mirino dell’intelligence israeliana per un servizio di Report sulla vicenda del cantiere navale Vittoria. Un dato senza riscontri, si legge nelle carte.
Lavitola, inoltre, nell’interrogatorio ha cercato di ridimensionare il proprio ruolo nell’attentato, scaricando in parte la responsabilità sul suo factotum, Gomez Tavares. “Gli avevo detto di sparare solo quattro o cinque colpi contro il muro della casa di Ranucci”, ha detto ai magistrati, una versione che non convince gli inquirenti. Inverosimile, visto il rapporto di fiducia tra i due.
Lavitola avrebbe dunque programmato l’attentato con disinvoltura criminale, resta in carcere a Rebibbia, dove i presunti esecutori immateriali hanno incontrato i loro legali per valutare le prossime mosse, dopo la confessione di Lavitola. “Si apre una stagione nuova, una stagione diversa, non è che stiamo dicendo che faremo per forza l’interrogatorio, valuteremo, potrebbe essere un passo”, dice il legale Antonio Falconieri.
