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Home » Blitz anti-caporalato nella Piana di Sibari, 20 fermi. Contestata anche riduzione in schiavitù
Cronaca

Blitz anti-caporalato nella Piana di Sibari, 20 fermi. Contestata anche riduzione in schiavitù

Di Sala Notizie2 Settembre 20265 min di lettura
Blitz anti-caporalato nella Piana di Sibari, 20 fermi. Contestata anche riduzione in schiavitù
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Associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Sono i reati contestati, a vario titolo, a 20 cittadini stranieri (18 pakistani, un indiano e uno del Bangladesh) destinatari di un decreto di fermo eseguito dai carabinieri su delega della Dda di Catanzaro.   

L’operazione, che ha avuto il suo epicentro nella Piana di Sibari, è stata condotta dai militari del Comando Carabinieriper la tutela del lavoro, con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma nelle province di Cosenza, Napoli, Bologna, Sassari e Mantova. L’attività investigativa, avviata nel 2020, avrebbe fatto luce sull’esistenza di due distinte associazioni per delinquere, “interconnesse sul piano operativo”- spiegano gli inquirenti – nella Piana di Sibari.   

In particolare il primo sodalizio, guidato da cittadini stranieri, avrebbe esercitato un vero e proprio controllo monopolistico sulla manodopera agricola dell’intera area, riducendo i braccianti in uno stato di soggezione e servitù. I lavoratori venivano costretti a coabitare, fino a 20 persone contemporaneamente, in alloggi fatiscenti, degradati, privi di riscaldamento, luce e gas nel centro storico di un Comune locale, per i quali l’organizzazione tratteneva forzosamente dai salari quote di 50-60 euro al mese. 

La seconda associazione a delinquere – hanno ricostruito gli inquirenti – sarebbe stata “promossa, organizzata e composta da soggetti italiani” ed era “finalizzata in via esclusiva al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” tramite il sistematico aggiramento delle procedure governative connesse al decreto Flussi e al decreto Rilancio.  

Stipati nei camion e senza mai un giorno di riposo, i salari venivano trattenuti

Dall’inchiesta sarebbe emerso come quotidianamente i braccianti venivano stipati a bordo di auto e furgoni in numero enormemente superiore alla capienza consentita, “finanche nel bagagliaio posteriore”, per essere condotti nei campi, subendo un’ulteriore decurtazione di cinque euro al giorno per il viaggio. Gli stessi braccianti venivano sottoposti a turni massacranti di 8-10 ore continuative, privi di riposo settimanale, ferie o tutele assicurative e sanitarie. 

“Sotto la sorveglianza vessatoria di capi-squadra – ricostruiscono gli inquirenti – che imponevano ritmi di raccolta asfissianti, ricevevano una retribuzione reale compresa tra i 2,70 e i 3 euro all’ora (pari a giornate da 23-27 euro complessivi), a fronte di tariffe di circa 40 euro corrisposte dagli imprenditori ai caporali”. Per impedire qualsiasi via di fuga, l’organizzazione avrebbe trattenuto sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, “minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato”. 

L’inchiesta ha fatto luce anche su presunte discriminazioni salariali, applicate dai caporali, in base alla provenienza geografica, coni braccianti di origine sub-sahariana che venivano sottoposti alle condizioni economiche più penalizzanti e umilianti.   Riguardo la seconda associazione a delinquere gli inquirenti sottolineano come potesse contare “sulla consapevole e attiva connivenza di un gruppo di professionisti compiacenti e sull’abuso delle pubbliche funzioni esercitate da operatori di Caf e Patronati operanti in Calabria e in Basilicata. Abusando delle loro credenziali d’accesso ai sistemi ministeriali, predisponevano e inoltravano telematicamente migliaia di istanze di assunzione fittizie nei cosiddetti click day. Le istanze venivano presentate per conto di ditte agricole e commerciali compiacenti, fittiziamente intestate a prestanome o completamente improduttive. I professionisti del sodalizio provvedevano a gonfiare ad arte i requisiti patrimoniali e i bilanci aziendali tramite la creazione di false fatture di acquisto e vendita, inducendo in errore gli uffici della Prefettura e dell’Ispettorato del lavoro. Per ogni pratica finalizzata all’ottenimento del visto di ingresso o della regolarizzazione temporanea, l’organizzazione pretendeva dai migranti somme oscillanti tra i 6.500 e i 10.000 euro per singola pratica“.   

Le indagini del Reparto operativo dei Carabinieri Tutela del lavoro hanno riguardato anche il “diretto coinvolgimento di esponenti delle storiche cosche di ‘ndrangheta operanti nella Sibaritide”. Sarebbe emerso, infatti, “come alcune delle ditte agricole utilizzate per lo sfruttamento intensivo della manodopera in nero fossero fittiziamente intestate a prestanome ma gestite direttamente per conto dei clan mafiosi locali. Quando i braccianti osavano protestare contro le condizioni alloggiative disumane e le decurtazioni salariali, venivano brutalmente zittiti con minacce di morte esplicite, facendo leva sull’appartenenza all’organizzazione mafiosa”.

Fondamentale, durante le indagini,  la collaborazione con l’O.I.M. (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e dell’associazione onlus ‘Comunità Progetto sud’, facenti parte della rete antitratta. Grazie a questa sinergia numerosi braccianti sfruttati sono stati immediatamente sottratti alla disponibilità dell’organizzazione, inseriti in programmi di assistenza alloggiativa e avviati ai percorsi di tutela umanitaria e regolarizzazione previsti dalla legge. 

Il sindaco di Cassano All’Ionio, Gianpaolo Iacobini, esprime in una nota “apprezzamento alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e ai Carabinieri per la Tutela del lavoro per l’Operazione ‘Master’, condotta nella Piana di Sibari per debellare la piaga del caporalato”. “Ancor più dopo i tragici fatti dei mesi scorsi – dichiara Iacobini – si tratta di un’iniziativa investigativa e giudiziaria che conferma quanto sia fondamentale mantenere alta l’attenzione su una piaga del genere. La fiducia nelle forze dell’ordine e nella magistratura è massima ed è altrettanto importante che le indagini consentano di fare piena luce su tutti i rapporti e sulle eventuali responsabilità emerse, oltre ai collegamenti con ambienti riconducibili alle cosche operanti sul territorio”.   

Nel rivolgere anche un riconoscimento alla Guardia di finanza di Sibari, impegnata costantemente nel contrasto al caporalato e alle diverse forme di illegalità che incidono sul tessuto economico e produttivo della Sibaritide, Iacobini conclude: “Come Comune continueremo a fare la nostra parte, collaborando con tutte le istituzioni competenti per difendere la legalità, la dignità del lavoro e lo sviluppo sano della nostra terra”. 

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