Dopo l’aggressione in un’aula della scuola media a Centocelle, a Roma, dove un alunno di 13 anni ha colpito la propria insegnante con un coltello, le cui indagini stanno aprendo scenari che vanno oltre il singolo caso di cronaca, ma si parla di un malessere sociale amplificato da meccanismi cresciuti in rete e da una filosofia cupa e distruttiva.

Gli accertamenti sugli strumenti digitali in uso al ragazzo (in linea con quelli condotti dalla Procura per i Minorenni nell’ambito di casi analoghi come quelli, della scorsa primavera, vicino Teramo e in provincia di Bergamo) stanno indirizzando gli investigatori verso specifici canali di messaggistica e forum online strutturati attorno all’accelerazionismo: una corrente teorica nata in ambito filosofico e politico e successivamente rielaborata in ambienti estremisti digitali.

Dalla teoria accademica alle piattaforme criptate

L’accelerazionismo nasce negli anni ’90 all’interno di dibattiti accademici sul capitalismo e sulla tecnologia. La tesi di fondo ipotizzava che, di fronte alle contraddizioni del sistema sociale ed economico, la risposta non dovesse essere il contenimento delle sue dinamiche, bensì la loro accelerazione fino al raggiungimento di un punto di rottura.

Nel tempo, la teoria ha poi seguito diverse direttrici: l‘ambito tecno-scientifico, focalizzato sull’impiego dell’automazione e dell’intelligenza artificiale per riorganizzare i modelli produttivi e di lavoro; la componente neoreazionario-libertaria, orientata alla deregolamentazione del mercato e allo smantellamento delle strutture statali; la declinazione militante online, diffusa su piattaforme e canali Telegram, dove la teoria originaria si è tradotta nell’incitamento a compiere atti di scompiglio o violenza per affrettare il collasso delle istituzioni democratiche e sociali.

“Tanto peggio, tanto meglio”

Nel tempo, dall’idea di spingere il sistema verso il punto di rottura sono nate correnti diverse: l’accelerazionismo di sinistra, che guarda all’automazione, alla robotica e all’Intelligenza Artificiale come strumenti per liberare l’essere umano dal lavoro e redistribuire il benessere; l‘accelerazionismo neoreazionario e tecno-capitalista, teorizzato da figure come Nick Land e vicino alle élite della Silicon Valley, che punta a dissolvere lo Stato di diritto e le istituzioni democratiche in favore del potere assoluto del mercato e della tecnologia; l‘accelerazionismo violento e terrorista, la variante più pericolosa, esplosa negli ecosistemi digitali underground.
In questa visione non c’è più spazio per un progetto di società futura, ma un nichilismo distruttivo dove “il peggio è il meglio” perché il riscatto personale viene dichiarato impossibile e l’unica via d’uscita diventa la vendetta. 

L’incrocio con i forum Incel e la “Pillola Nera”

I fascicoli d’inchiesta e le analisi degli esperti di sicurezza cibernetica evidenziano come questi gruppi accelerazionisti si sovrappongano spesso con le community degli Incel (involuntary celibates – persone che imputano l’assenza di relazioni affettive o sessuali a fattori esterni…), ovvero spazi virtuali dedicati alla condivisione di vissuti di isolamento e frustrazione relazionale, al cui interno si è sviluppata la narrazione della “Black Pill” (Pillola Nera): visione deterministica della società dove il posizionamento sociale e affettivo di un individuo sarebbe fissato in modo immutabile da fattori biologici ed estetici, definiti dalla formula “Look, Status, Money” (aspetto, stato sociale e denaro).

Secondo gli elementi emersi dal monitoraggio delle chat, la combinazione tra la convinzione dell’impossibilità di un riscatto personale e le tesi accelerazioniste viene utilizzata per indirizzare la rabbia individuale verso target specifici: le figure d’autorità, il personale scolastico, le donne o l’intera comunità. La solitudine e il senso di inadeguatezza possono così essere canalizzati verso la violenza, presentata, nei casi più estremi, come uno strumento per “accelerare” il crollo di una società, percepita come irrimediabilmente corrotta. 

La dimensione della “gamification” e i codici di rete

Nelle analisi investigative, compare anche il fenomeno della gamification (la trasformazione della realtà in un gioco) applicato alla violenza. Nelle chat oggetto di indagine, gli eventi di cronaca e le aggressioni reali vengono catalogati con linguaggi mutuati dai videogiochi e le stragi scolastiche del passato o gli attacchi contro i professori vengono analizzati, votati e commentati. Gli autori di gesti violenti diventano meme, vengono celebrati e trasformati in modelli, alimentando una competizione interna per ottenere visibilità e consenso. Dopo i casi di cronaca in cui giovanissimi sono stati autori di violenze, l’attenzione degli inquirenti e degli esperti sull’esposizione a questo genere di contenuti (e al modo in cui vengono rilanciati dalle piattaforme) è altissima.

A 13 anni, la struttura emotiva e la capacità critica sono ancora in piena fase di formazione, essere sottoposti a contenuti tossici, guidati da algoritmi che premiano la polarizzazione e l’odio per generare interazioni, rischia di abbattere la barriera percepita tra provocazione virtuale e realtà drammatica

Visto da questa prospettiva, portare un coltello a scuola non è più solo la risposta a un risentimento individuale, ma il rituale d’ingresso in una comunità invisibile che attende e soddisfa la ricerca di visibilità.

Studiare queste dinamiche significa quindi avere strumenti per leggere episodi come quello di Roma o Teramo in un’ottica più ampia, dove dietro la lama di un tredicenne c’è un ecosistema digitale privo di regole che intercetta le fragilità dei più giovani, trasformando la solitudine in radicalizzazione. 

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