Insufficienza respiratoria acuta, intossicazione acuta da cocaina in un assuntore cronico e una severa cardiopatia ischemica trivasale hanno provocato la morte di Abderrahim Fakir. La consulenza medico-legale consegnata alla Procura di Bologna individua tre concause cliniche nel decesso del quarantaduenne di origini marocchine, spirato il 19 luglio scorso nel quartiere Pilastro durante un intervento di contenimento della polizia. I periti escludono la letalità autonoma delle manovre degli agenti.
Il ruolo dei soccorsi e l’audio delle bodycam
L’elaborato dei periti orienterà ora le scelte dei pubblici ministeri, chiamati a valutare l’iscrizione definitiva nel registro degli indagati per i due poliziotti e i quattro sanitari del 118 presenti sul posto. La relazione segnala criticità nell’operato dei soccorritori, ma fissa al 15% le probabilità di sopravvivenza dell’uomo anche a fronte di manovre tempestive e regolari, a causa di un ritmo cardiaco d’esordio non defibrillabile. Agli atti dell’inchiesta entra però anche l’audio della bodycam di una delle divise. Il dispositivo registra una frase brutale: «È schiattato, che me ne frega».
Lo scontro legale sull’asfissia
Il collegio peritale attribuisce alla posizione prona un peso marginale nel decesso e nega qualsiasi ruolo autonomo alle lesioni sul corpo. Questa ricostruzione scatena la replica di Fabio Anselmo, legale della famiglia Fakir, che ribalta le conclusioni dei consulenti e indica nella compressione fisica l’innesco della tragedia. «L’asfissia rappresenta la vera causa della morte: gli è mancata l’aria, lo hanno compresso mentre era agitato per la cocaina», denuncia il penalista. Opposta la lettura di Gabriele Bordoni, difensore dei poliziotti, secondo cui la perizia accerta un quadro clinico definito e scagiona l’operato della pattuglia. «L’intervento di polizia non ha alcun contributo concreto», taglia corto l’avvocato.

