Il Movimento 17 Ottobre (M1710) pubblica oggi il primo comunicato intestandosi un ruolo nelle proteste che hanno visto migliaia di giovani in piazza proprio lo scorso 17 ottobre e anche nei giorni successivi. Il “Movimento” ha aperto recentemente i suoi canali social, ma si collega ad altri collettivi e associazioni più longeve come “Libere di Lottare”. Mentre proprio negli stessi minuti il ministro della Difesa Crosetto parla di social media come mezzi di una guerra ibrida che fomenta il caos delle piazze per destabilizzare i governi occidentali. 

Si presenta come un movimento giovanile non strutturato, senza presidente, segretario, portavoce, sede o tessere. Il nome è una data e non un organigramma, perché una data “appartiene a tutti” e nessuno può appropriarsene. Si definisce un processo, non una sigla, nato per far crescere la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Rivendica l’assenza di struttura come scelta politica, motivata da tre ragioni. Sui canali social non ci sono bandiere politiche né simboli che rimandano a ideologie precise.

Si tratta di un manifesto di tono antagonista e antiautoritario, che fa dell’orizzontalità e dell’assenza di leadership sia un principio politico sia una misura di sicurezza. Non contiene rivendicazioni concrete: l’accento è sulla costruzione di coscienza e di spazi di discussione. I social media, in particolare Telegram e Tik Tok, ma anche Instagram, sono un mezzo per contarsi, chiamarsi, rivendicare, creare reti e appuntamenti estemporanei. 

Tre punti

1. Sfiducia nelle istituzioni e nel governo. Lo giudica autoritario: leggi che restringono il dissenso, il conflitto trattato come questione di ordine pubblico, il disagio giovanile affrontato con “manganello e decreto”. Rifiuta di dialogare con chi lo considera una minaccia.
2. Sfiducia nelle strutture politiche classiche. Partiti e sindacati istituzionali sono considerati parte dello Stato contestato. Anche le realtà di movimento extraistituzionali sono accusate di lucrare sulle lotte e monopolizzarle. Devono dimostrare nei fatti di mettersi al servizio delle lotte, e fino ad allora nessuno parla a nome del movimento.
3. Autotutela dalla repressione. Descrive una repressione ormai preventiva (schedature, fogli di via, denunce, infiltrazioni), aggravata dalle aggressioni fasciste che sarebbero tollerate o coperte. Un capo, un indirizzo o un elenco di iscritti diventano rispettivamente bersaglio, irruzione, fascicolo: per questo “non offriamo bersagli”.

Fluidità come strategia

Il movimento dice di non averla inventata ma di aver studiato esperienze che hanno messo in crisi il potere senza leader: Egitto e Tunisia, Hong Kong 2019 (“be water”), Sudan, Algeria, Libano, Cile 2019, Indignados e Occupy, gli studenti serbi, la Gen Z in Marocco. Riconosce che ognuna ebbe limiti e sconfitte, e dice di averle studiate per imparare sia da ciò che ha funzionato sia da ciò che è stato represso.

Non puntano solo alla protesta di piazza, che “da sola si consuma”: il Movimento vuole che ogni momento di piazza sia anche discussione, dibattito e crescita politica. Cerca non l’unanimità ma la maturazione collettiva, con piazze come “scuole di politica”.

L’obiettivo 

L’obiettivo dichiarato dal Movimento è prendere in mano il proprio futuro, sottraendolo a chi viene definito “cleptocrate” e vorrebbe ipotecarlo e svuotarlo. Non chiede un posto al tavolo di chi “ci ha tolto la sedia”, ma vuole costruire un altro tavolo dal basso. Lo slogan finale: “17 ottobre: un movimento, nessun padrone.”

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