Il quadrante Sud-Est della Capitale è tornato a fare i conti con la violenza urbana più esplicita. Con l’ordigno esploso contro un autonoleggio in via dei Platani a Centocelle, si è arrivati a quota tredici attentati da maggio scorso. Al centro della crisi ci sono la ridefinizione degli equilibri criminali e il pesante vuoto di potere lasciato dal clan Senese. Per capire meglio cosa sta accadendo nelle strade di Roma, abbiamo intervistato il criminologo Vincenzo Musacchio.

Professor Musacchio, tredici ordigni in pochi mesi a Roma Est, l’ultimo dei quali a Centocelle. Siamo di fronte a una nuova guerra di mafia nella Capitale?
Sì, ma con le opportune precisazioni. Quella a cui stiamo assistendo è una classica faida di riposizionamento territoriale. Quando un grande cartello mafioso storico subisce un contraccolpo o perde la sua leadership indiscussa, le mafie minori, le cosiddette “batterie” locali, alzano il livello dello scontro. Non siamo più soltanto di fronte alla microcriminalità o al racket di quartiere: qui, a mio parere, c’è una lotta per il controllo delle piazze di spaccio — in particolare cocaina e crack — e dei flussi estorsivi in un territorio enorme e strategico come Roma Est.

Gli investigatori puntano il dito contro il vuoto di potere lasciato dal clan Senese e, in particolare, dall’assenza di figure apicali capaci di fare da “pacieri” o di imporre una pax mafiosa, come era storicamente Michele Senese, detto ‘O Pazzo. Come reagisce il crimine quando viene meno il vertice?
Quando salta il vertice che garantiva l’ordine e la gestione centralizzata dei traffici, il sistema criminale non scompare, ma si polverizza. Senza un’autorità criminale riconosciuta in grado di sedare i conflitti sul nascere, ogni minimo dissidio commerciale o territoriale degenera immediatamente nella violenza armata o nell’attentato. Gruppi locali minori cercano di approfittare della debolezza del clan storico per imporsi con la forza bruta, credendo di poter occupare lo spazio vacante.

Lei ha spesso descritto la mafia moderna come “silente, affarista e corruttiva”. Eppure qui assistiamo a un ritorno plateale alla violenza arcaica: bombe carta, serrande sventrate, intimidazioni notturne. Come si spiega questa contraddizione?
È un’apparente contraddizione che ha una spiegazione logica ben precisa. Le mafie economiche e affaristiche amano il silenzio perché devono fare soldi puliti e riciclare capitali. Quando il controllo del territorio trema e il monopolio criminale è in discussione, la mafia purtroppo torna a mostrarsi muscolare. Le bombe non servono soltanto a punire chi non paga il pizzo o non cede l’attività; servono soprattutto a mandare un messaggio d’intimidazione feroce ai rivali e a riaffermare visivamente l’esistenza di un padrone. È una regressione metodologica che accade puntualmente quando il controllo mafioso perde stabilità.

I residenti di Centocelle e delle zone limitrofe raccontano di una crescente assuefazione, di un rumore a cui ci si sta pericolosamente abituando. Qual è il rischio maggiore per il tessuto sociale di Roma Est?
L’assuefazione e la rassegnazione sociale. Il pericolo più grande è che la cittadinanza consideri le esplosioni notturne e la violenza urbana come una componente “normale” del degrado delle periferie, abbassando la soglia dell’attenzione e della reazione civile. Quartieri come Centocelle rischiano di sentirsi abbandonati dallo Stato, percependo una risposta delle istituzioni che spesso arriva solo dopo l’ennesimo botto, quando il danno economico e psicologico è già compiuto. Vedere gruppi criminali improvvisati che agiscono indisturbati crea nei cittadini la sfiducia radicale nelle regole della democrazia e della legalità.

Professor Musacchio, di fronte a un’offensiva fatta di tredici ordigni in pochi mesi, qual è la ricetta operativa immediata per ristabilire la legalità e la sicurezza a Roma Est?
Bisognerebbe, ovviamente, intensificare il pattugliamento interforze (Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza) nelle ore notturne, soprattutto nelle aree commerciali e nei punti nevralgici di Centocelle, Tor Pignattara e zone limitrofe. Censire gli esercizi commerciali “chiave” (autonoleggi, sale giochi, money transfer, officine) spesso usati come teste di ponte per il riciclaggio o per nascondere i proventi illeciti. Utilizzare tecnologie di videosorveglianza intelligente, con telecamere ad alta definizione collegate in tempo reale con le centrali operative delle forze dell’ordine, utili non solo per identificare gli autori materiali, ma anche per mappare i movimenti dei veicoli sospetti di notte. Poi potenzierei la rete d’intelligence e quella dei collaboratori di giustizia. Aggredirei con forza ed effettività i patrimoni illeciti. Sequestri preventivi e confische tempestive azzerano la convenienza economica del controllo del territorio. Lo Stato non può permettersi di rincorrere i fatti a scoppio ritardato. La risposta a tredici bombe deve essere una presenza asfissiante e continua, capace di dimostrare ai cittadini che le periferie romane non sono terra di nessuno.

Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University–Newark (USA).

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