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Home » In pensione sempre più tardi, 7 anni e 3 mesi in più dal 1995
Politica

In pensione sempre più tardi, 7 anni e 3 mesi in più dal 1995

Di Sala Notizie10 Luglio 20263 min di lettura
In pensione sempre più tardi, 7 anni e 3 mesi in più dal 1995
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L’età della pensione si allunga ancora.

Nel 2025 è stata di due mesi in più rispetto all’anno precedente: 64 anni e sette mesi, contro i 64 anni e 5 mesi del 2024. Per i soli dipendenti privati negli ultimi 30 anni è aumentata di ben 7 anni e 3 mesi, dai 57 anni e 7 mesi del 1995 a 64 anni e 10 mesi. Per le donne va un po’ peggio degli uomini, con le prime più spesso costrette a ricorrere alla pensione di vecchiaia e i secondi che si possono permettere di scegliere più frequentemente le anticipate. 

I dati emergono dal rapporto annuale dell’INPS che torna a fotografare ancora una volta non solo l’allungamento dell’età lavorativa ma anche il netto gender gap sia nel mondo del lavoro che della previdenza.

Nonostante le donne siano la maggioranza dei pensionati italiani, 8,4 milioni contro gli 8 milioni di uomini, percepiscono il 44% dei redditi pensionistici. Per gli uomini si parla infatti di 2.166 euro al mese, mentre per le donne la media è di 1.619 euro, circa 550 euro in meno, cioè il 34%. 

L’INPS analizza quindi le politiche che negli ultimi anni hanno cercato di porre argine al gap, puntando all’inclusione delle donne e allo stesso tempo a combattere la denatalità. Gli incentivi economici alle famiglie, come l’assegno unico, possono favorire un aumento (seppur contenuto) delle nascite, ma rischiano di ridurre la partecipazione delle madri al mercato del lavoro se non accompagnati da interventi complementari. Al contrario, strumenti come il bonus asilo nido si rivelano più efficaci nel sostenere l’occupazione femminile, con un aumento della probabilità di occupazione per le madri di circa 6 punti percentuali. 

La vera scoperta è però nello smart working, esploso per necessità durante il covid e in alcuni casi mantenuto dalle aziende. Il lavoro da remoto può essere un vero game-changer in grado di ridurre la child penalty, ovvero la penalizzazione delle carriere derivante dall’avere un figlio, fino all’87%. È inoltre uno strumento efficace per aumentare le retribuzioni – l’INPS stima fino a 1.300 euro nell’anno successivo alla nascita – per produrre effetti positivi sulla fecondità e per ritardare l’età della pensione, in questo caso anche degli uomini.

A enucleare il senso del rapporto è il presidente Gabriele Fava: non esiste pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito, sottolinea. Prima della pensione, insiste, viene il lavoro, che deve essere inclusivo, pagato con salari adeguati e continuativo a livello contributivo.

Si parte quindi dall’inclusione di giovani e donne, ma anche degli stranieri, perché tra il 2019 e il 2025 i lavoratori extra UE sono cresciuti di oltre il 35% e oggi un lavoratore dipendente su sette in Italia è immigrato. Al di fuori di contrapposizioni ideologiche, sottolinea Fava, va quindi presa coscienza del fatto che una quota crescente della capacità produttiva e della base contributiva del Paese dipende proprio dalla capacità di governare i flussi migratori.

Sul fronte del lavoro, l’INPS segnala una dinamica che resta insufficiente a recuperare la perdita di potere d’acquisto: “Le retribuzioni nominali sono cresciute ma hanno perso potere d’acquisto in termini reali. Alla stagnazione salariale si sono aggiunti i fenomeni inflazionistici degli ultimi anni”. 
Nel 2025, la retribuzione media annua dei circa 21 milioni di lavoratori dipendenti è salita a 27.649 euro, in aumento del 3,6% rispetto all’anno precedente e del 14,5% rispetto al 2019. Tuttavia, nello stesso periodo l’inflazione cumulata è cresciuta tra il 18,2% e il 20,5%, determinando una riduzione dei salari reali.

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