“Si vive a fatica. E oggi io non sto vivendo, perché la mia vita o è chiuso in camera, o dall’avvocato, o in trasferta, quando magari andiamo ad incontrarci con i consulenti”. 

Andrea Sempio, accusato nella nuova indagine della procura di Pavia di aver ucciso quasi 20 anni fa a Garlasco Chiara Poggi, la sorella del suo compagno di scuola Marco, torna a parlare in televisione. 
Ma dopo aver raccontato lo stato d’animo in cui si trova ormai da un anno e mezzo, torna a respingere ogni accusa. L’impronta 33 “non è attribuile a nessuno”; la scarpa numero 42 “l’ho provata e non mi entrava. Tutte quelle che ho ancora in casa, anche vecchie, sono 44”. E soprattutto chiama in causa colui che, invece, la nuova indagine sembra scagionare: Alberto Stasi, l’ex fidanzato di Chiara ed ex bocconiano condannato in via definitiva a 16 anni di carcere, che sta finendo di espiare. 

“Secondo me la condanna è giusta” ha detto il 38enne intervistato a ‘Porta a Porta’. Dunque nessun errore giudiziario. “Ci sono cose che non mi convincono nel racconto alternativo che vedrebbe Stasi innocente. Alcune cose che vengono sollevate non mi convincono. Mi sembra che siano più logiche e spiegate come sono state spiegate ai tempi”. 

Sarà il molto probabile processo a dire se ha ragione Andrea Sempio o se tutta la prima indagine era fondata su un gigantesco errore. Certo è che dalle mole di carte depositate nella seconda chiusura dell’inchiesta a carico di Sempio emergono dettagli – in particolare, dai documenti acquisiti dai pm pavesi al Ris di Parma – dell’operato degli investigatori dell’epoca e che è ora al centro di un filone di indagine parallelo. Una tranche che si focalizza, tra l’altro, su quel mancato deposito nel fascicolo dei dati negativi sul Dna sui pedali della bici di Stasi del 20 settembre 2007 e su una “valutazione psicologica” sull’allora studente indagato e anch’essa mai inserita tra gli atti. Ed anche sulla gestione di reperti, tra cui i prelievi sull’intonaco della traccia palmare 33 e i frammenti di unghie della vittima, distrutti nel 2016, con procedura, però, regolare, stando ad un’annotazione dell’attuale capo del Ris Matteo Donghi.

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