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Home » Lo specchio dell’Afd e il dilemma delle destre europee
Politica

Lo specchio dell’Afd e il dilemma delle destre europee

Di Sala Notizie8 Settembre 20266 min di lettura
Lo specchio dell’Afd e il dilemma delle destre europee
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L’AfD non ha solo guadagnato voti, seggi e centralità nel dibattito tedesco. Ha fatto qualcosa di più rilevante per la destra europea: ha spostato il punto oltre il quale, fino a pochi anni fa, molte forze sovraniste non erano disposte ad avventurarsi. E, così facendo, le ha costrette a guardarsi allo specchio.

L’Alternative für Deutschland ha allargato il consenso attorno a un repertorio sovranista alzando il livello dell’offerta politica, portando al centro del dibattito ipotesi che molti suoi concorrenti preferivano lasciare ai margini: la dissoluzione dell’attuale architettura europea, la remigrazione, una revisione radicale del rapporto con la Russia, il rigetto pressoché integrale della transizione verde. Da quel momento, per il Rassemblement National francese, per Vox, per la Lega, per il Partito per la Libertà di Geert Wilders, per l’FPÖ austriaco e per l’area politica rappresentata in Italia da Roberto Vannacci, il problema non è stato più soltanto distinguersi dalla sinistra o dai partiti tradizionali. È diventato necessario stabilire la distanza o la vicinanza all’AfD.

L’Europa è il primo banco di prova. L’AfD definisce l’Unione Europea “un progetto fallito e incapace di riforma”, ne propone la sostituzione con una “Comunità di nazioni europee”, il Bund europäischer Nationen, e chiede lo scioglimento del Parlamento Europeo.

Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno invece espunto dal programma del Rassemblement National qualsiasi riferimento alla Frexit o all’uscita dall’eurozona. La loro “Europa delle Nazioni” prevede la rinegoziazione dei trattati, la riduzione del contributo francese al bilancio comunitario e la prevalenza del diritto nazionale sulle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. L’obiettivo non è demolire l’Unione, ma ridurne le competenze e riportare il baricentro politico verso gli Stati.

Geert Wilders ha compiuto una scelta analoga. Vox non sostiene l’uscita della Spagna dall’Unione, chiede il “ripristino della sovranità nazionale”, la subordinazione del diritto comunitario alla Costituzione e lo stop a ulteriori trasferimenti di poteri a Bruxelles. In Italia la Lega di Matteo Salvini mantiene la formula “meno Europa, più Italia”, senza mettere in discussione l’unione monetaria. Roberto Vannacci adotta una critica più radicale delle strutture burocratiche europee, rappresentate come strumenti di compressione delle identità nazionali e dei popoli europei.

Il concetto di “rimigrazione” è presente nei documenti dell’AfD come progetto di “rimpatrio coordinato e sistematico” rivolto non soltanto ai richiedenti asilo respinti, ma anche a residenti stranieri e cittadini legalizzati ritenuti “non assimilati”.

Marine Le Pen ha contestato pubblicamente la dottrina della ‘Remigration’, giudicandola incompatibile con i principi costituzionali della Repubblica francese. Herbert Kickl e il Partito della Libertà austriaco hanno invece adottato esplicitamente il termine “Remigration”, chiedendo un commissario di governo per i rimpatri di massa. Nei Paesi Bassi Wilders ha preteso nell’accordo di coalizione la dichiarazione di uno “stato di emergenza per l’asilo”, con l’obiettivo di limitare le procedure e rafforzare i controlli alle frontiere. Vox chiede la “sospensione immediata delle procedure d’asilo” e la deportazione degli immigrati irregolari. In Italia la Lega insiste sui decreti sicurezza e sul controllo delle frontiere, mentre Vannacci parla apertamente di remigrazione portando il tema sul terreno identitario, legandolo alla difesa della “maggioranza culturale”.

Se il programma dell’AfD chiede una nuova architettura di sicurezza continentale “con la partecipazione di Mosca”, Le Pen e Bardella condannano l’aggressione russa all’Ucraina, sostengono gli aiuti militari difensivi a Kyjiv e respingono le ipotesi di smantellamento della NATO. Il partito si oppone però all’impiego di armi francesi contro il territorio russo e all’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. La linea dell’AfD trova maggiore sintonia nelle posizioni di Roberto Vannacci, contrario all’invio di armamenti e al riarmo europeo, e nel Partito della Libertà austriaco. Vox mantiene un atlantismo rigoroso e una ferma condanna dell’imperialismo russo. 

Sulla transizione ecologica l’AfD definisce il Green Deal una politica di “deindustrializzazione” e chiede il rilancio dell’energia nucleare e fossile. Il Rassemblement National condivide gran parte dell’impostazione: uscita della Francia dal mercato europeo dell’elettricità, moratoria sulle installazioni eoliche e solari, difesa dell’agricoltura nazionale. Wilders ha costruito parte del proprio programma sull’abolizione dei vincoli relativi alle emissioni di azoto. Vox chiede l'”abrogazione dell’Agenda 2030″ e della Legge sul Cambiamento Climatico. Lega e Vannacci attaccano le direttive sulle “case verdi” e lo stop al motore termico, indicati da Vannacci come espressione di “ecoterrorismo burocratico”.

L’intransigenza dell’AfD sulla remigrazione, insieme alle dichiarazioni revisioniste sui crimini di guerra attribuite al suo capolista Maximilian Krah, aveva indotto il Rassemblement National a guidare la spinta per l’espulsione del partito tedesco dal gruppo Identità e Democrazia prima delle elezioni europee. La frattura ha contribuito alla ricomposizione delle destre continentali in tre blocchi. 

I Conservatori e Riformisti Europei, con forze come Fratelli d’Italia e il PiS polacco, combinano sovranismo nazionale e atlantismo. I Patrioti per l’Europa, nei quali convivono Rassemblement National, Fidesz, Lega e Vox, contestano l’ulteriore integrazione europea e chiedono un riequilibrio dei rapporti fra Bruxelles e gli Stati, evitando le posizioni più incompatibili con l’ambizione di governare. L’Europa delle Nazioni Sovrane, costruita attorno all’AfD, raccoglie invece le componenti più radicali e anti-sistema, più disponibili a mettere in discussione l’ordine europeo ed euro-atlantico e a ripensare il rapporto con Mosca.

I partiti in Ecr o nei Patrioti per l’Europa, con tutte le loro differenze, si trovano di fonte ad un dilemma che potrebbe diventare esistenziale: come mantenere la postura istituzionale derivante dall’avere o volere avere responsabilità di governo, senza regalare voti agli estremismi?

In effetti Rassemblement National e Fratelli d’Italia hanno abbandonato i punti di rottura più radicali (uscita dall’Eurozona, Frexit/Italexit) e le posizioni sbilanciate su Mosca per attrarre l’elettorato moderato e rassicurare le élite economiche. Ma hanno anche praticato una sorta di ‘compensazione retorica’ mantenendo una disciplina rigida sui bilanci e sulle alleanze esterne, ma inasprendo l’agenda sui diritti civili, sul contrasto all’immigrazione, sul contrasto al Green Deal e sulla difesa identitaria nativista per “coprire il fianco destro” ed evitare la fuga della propria base elettorale più radicale.

Secondo certe impostazioni conservatrici la presenza di destre sovraniste con solide radici istituzionali costituisce in effetti un vero e proprio freno democratico contro il dilagare di populismi eversivi, filorussi e razzisti senza cultura di governo come la componente radicale di AfD o i movimenti rossobruni.

Da un punto di vista più progressista la ‘strategia ambivalente’ dell’occupare lo spazio di mezzo non sarebbe una tattica vincente nel medio periodo. Se le destre di governo cedono sul piano economico alle regole dell’UE e sostengono la NATO, finiscono inevitabilmente per perdere credibilità anti-sistema, regalando voti alle forze puriste e prive di vincoli d’esecutivo appunto come l’AfD.

Infine, se la retorica identitaria si inasprisce troppo per rincorrere l’estremismo, si rompe il patto di fiducia con i mercati e le istituzioni dell’Unione, vanificando la ‘normalizzazione’. Pertanto, secondo questo punto di vista, lo spazio di mezzo non è un punto d’equilibrio ma una trappola instabile.

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