Sulla sponda sinistra del fiume Dnipro, nella regione di Kherson sottoposta a occupazione russa, si consuma da mesi un dramma silenzioso che coinvolge circa duemila persone nel centro di Oleshky, una cifra che sale a seimila civili considerando anche i villaggi limitrofi. La popolazione locale sopravvive in condizioni estreme, completamente priva di acqua ed elettricità, senza scorte di cibo né medicinali e con tutte le vie di fuga bloccate dalle mine. A sbloccare lo stallo è stato il decisivo interessamento di Papa Leone, intervenuto attraverso colloqui telefonici prima con il presidente Putin e poi con il presidente ucraino, affiancato dall’importante mediazione della First Lady Melania Trump. Entrambe le parti in conflitto hanno così annunciato un cessate il fuoco che entrerà in vigore martedì 27, con l’obiettivo di consentire l’ingresso degli aiuti umanitari e procedere con l’evacuazione dei civili intrappolati.
La missione dei Marines ucraini tra difesa e soccorso aereo
A pochi chilometri di distanza dalla riva occupata, in una postazione segreta della regione, opera incessantemente la 34esima Brigata Marines della Marina ucraina. Da questo avamposto vengono pilotati i droni diretti sull’altra sponda del fiume con una duplice funzione: colpire le postazioni nemiche dei russi, che da anni tentano di riattraversare il corso d’acqua per riconquistare Kherson, e recapitare viveri e farmaci agli abitanti stremati di Oleshky. Il comandante dell’unità droni Miron, ventinovenne, spiega che da quando l’opinione pubblica mondiale ha scoperto la gravità della situazione gli approvvigionamenti sono aumentati notevolmente, tanto da permettere la consegna via aerea di una tonnellata di cibo e medicine in una sola giornata. Per i militari ucraini, tuttavia, le operazioni difensive restano estremamente complesse poiché le truppe di Mosca lanciano i propri velivoli dagli stessi edifici abitati dai civili, impedendo qualsiasi risposta armata per non colpire gli innocenti. Tra i soldati in servizio c’è anche il trentenne Sergiy, originario di Antonivka, località situata sulla riva sinistra del Dnipro e separata da Oleshky soltanto da un ponte. Arruolatosi all’inizio del conflitto, il militare mostra sul cellulare le immagini della propria casa ridotta in macerie e ribadisce la ferma volontà di respingere gli invasori russi.
Kherson città fantasma sotto l’incubo dei droni
Sulla sponda controllata da Kiev, Kherson appare oggi come una vera e propria città fantasma, protetta soltanto dalle reti anti-drone tese sopra le strade. Il silenzio urbano è spezzato unicamente dal passaggio veloce delle poche automobili che cercano di sfuggire ai droni FPV russi, il cui ronzio minaccioso accompagna costantemente la giornata, lasciando crateri sull’asfalto persino nei pressi della piazza principale. Dei trecentomila abitanti che popolavano il centro urbano prima della guerra ne resta ormai appena un decimo, come testimoniano le pochissime finestre illuminate di sera nella cosiddetta zona gialla, l’area più distante dal fiume. Chi è rimasto esce di casa solo per lo stretto necessario, camminando a passo svelto nel buio e cercando riparo sotto le chiome degli alberi per non essere individuato dall’alto.
La resistenza quotidiana dei civili e il rifiuto di cedere territori
Tra i cittadini che hanno scelto di non abbandonare Kherson ci sono Lurash, responsabile di un magazzino, e sua moglie Natalia, medico ospedaliero. La coppia racconta come ci si finisca per abituare persino al frastuono continuo dei bombardamenti, spiegando di essere rimasta per non perdere la propria casa e il proprio lavoro, pur avendo visto la città svuotarsi e la quotidianità completamente stravolta, senza più luoghi di ritrovo né la possibilità di avvicinarsi al fiume simbolo della città. Nella loro memoria è ancora vivo l’orrore del periodo dell’occupazione russa, segnato da pattuglie armate per le strade, sparizioni di amici e torture contro uomini e donne compiute in un edificio poco distante, da cui provenivano urla e colpi d’arma da fuoco. Proprio per questo, di fronte all’ipotesi di cedere territori in cambio della pace, la risposta dei residenti è un rifiuto netto: sull’altra riva del Dnipro ci sono ancora cittadini ucraini che aspettano di essere liberati ed è impensabile abbandonarli al loro destino.

