La sanità italiana migliora, ma non cancella la distanza tra Nord e Sud. È questa la fotografia scattata dal monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) del Ministero della Salute, che registra progressi quasi ovunque, soprattutto nella prevenzione e nelle cure sul territorio, ma conferma una geografia sanitaria ancora profondamente diseguale.
In cima alla classifica si ritrovano ancora una volta Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, regioni che continuano a distinguersi per qualità dei servizi, organizzazione e capacità di risposta ai bisogni dei cittadini. Il Veneto, in particolare, guida sia l’assistenza ospedaliera sia quella territoriale, confermandosi il punto di riferimento del sistema sanitario nazionale.
Evidenziati però miglioramenti riguardo alle cure di prossimità: quelle che dovrebbero evitare ai cittadini di dover ricorrere sempre all’ospedale. È proprio l’assistenza territoriale a registrare i progressi più significativi rispetto agli anni precedenti, con miglioramenti evidenti anche in regioni tradizionalmente più in difficoltà come Sicilia, Abruzzo e Calabria.
Passi avanti anche sul fronte della prevenzione: screening, vaccinazioni e attività di controllo mostrano risultati in crescita in molte aree del Paese, con Trento, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana e Lombardia ai vertici degli indicatori ministeriali.
Resta però un dato difficile da ignorare: la qualità dell’assistenza continua a dipendere troppo dal luogo in cui si vive. Se nelle regioni più virtuose i servizi raggiungono livelli elevati, nel Mezzogiorno persistono criticità che si riflettono sui tempi di cura, sull’organizzazione dei servizi e, spesso, sulla mobilità sanitaria dei cittadini costretti a spostarsi per ricevere prestazioni migliori.
Il rapporto del Ministero racconta dunque una sanità che mostra segnali di vitalità e capacità di recupero, ma che non ha ancora risolto il grande tema di garantire a tutti gli stessi diritti indipendentemente dalla regione di residenza.
