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Home » Seveso, 50 anni fa il disastro della diossina
Cronaca

Seveso, 50 anni fa il disastro della diossina

Di Sala Notizie10 Luglio 20264 min di lettura
Seveso, 50 anni fa il disastro della diossina
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10 luglio 1976, ore 12.37. 

Nello stabilimento dell’Icmesa, industria produttrice di diserbanti chimici del colosso multinazionale farmaceutico svizzero Hoffman-La Roche, da poco più di mezz’ora è suonata la sirena di mezzogiorno. Un reattore per la produzione di triclorofenolo – sostanza presente in diversi diserbanti chimici, utilizzati come erbicidi e battericidi – perde il controllo della temperatura, surriscaldandosi oltre i livelli di sicurezza. 
Dalle ciminiere si sprigiona una nube, il vento la porta ‘a spasso’ nei cieli: viaggia sopra la fabbrica che si trova al confine con il paese di Seveso, poco più di 20.000 abitanti, molti operai nelle industrie brianzole; si sposta sopra Meda, Desio, Cesano Maderno, nel territorio dell’operosa Brianza, una ventina di chilometri da Milano. 

Fino alle 12.37 di quel 10 luglio – 50 anni fa – la quasi totalità degli italiani era ignara di cosa fosse la diossina. Da allora però il nome della sostanza è diventato tristemente famoso. E oggi, quando se ne parla, il pensiero corre subito a quello che venne battezzato ‘disastro di Seveso’, passato alla storia come uno dei più gravi disastri ambientali della storia d’Italia e d’Europa.

Era diossina quella fuoruscita dalle ciminiere quel giorno di 50 anni fa. La produzione nello stabilimento si arrestò automaticamente in seguito all’anomalia termica, ma senza innestare l’azione di raffreddamento della massa. Le valvole di sicurezza si aprirono, evitando l’esplosione del reattore nella fabbrica. Ma l’alta temperatura – che si calcola arrivò fino a 500 gradi – provocò una modifica della reazione chimica, con un’esorbitante formazione di Tcdd: diossina, appunto. Non si sa quanta ne venne rilasciata nell’aria: il ventaglio delle ipotesi varia da 30 etti a 30 chili, gli esperti collocano la quantità ‘mediamente probabile’ attorno a una decina di chilogrammi di diossina nebulizzata. All’ora di pranzo di quel sabato soffiava un forte vento in direzione sud-est: è così che la nube tossica comincia il suo viaggio sopra i tetti delle case e i campi e arriva principalmente nel vicino paese di Seveso. 

Gli abitanti non faticano ad accorgersene: odore acre e infiammazione agli occhi. Più lente a percepire il reale pericolo le autorità locali e nazionali. Più intente a minimizzarlo la dirigenza della fabbrica e la proprietà della società imprenditoriale. Fatto sta che l’allarme scoppierà solo una settimana dopo, e arriveranno solo allora i primi titoli sui giornali. 

Il passaggio della nube tossica, secondo le ricostruzioni del tempo, provocò la morte di quasi 80mila capi di bestiame (per primi conigli, galline, volatili) e seminò paura (soprattutto di gravi malformazioni al feto, con molte mamme che passarono il confine per abortire, pratica allora vietata in Italia), disperazione (per chi dovette abbandonare la terra e la casa), pianto (per la pelle dei bambini colpita e devastata dalla cloracne, eruzioni cutanee provocate dall’esposizione alla sostanza). Anche a decenni di distanza resta difficile quantificare i danni arrecati alle persone con la precisione di grafici e statistiche. Non ci furono vittime immediate, ma nell’arco di 25 anni e più dal disastro sono state raccolte evidenze dell’impatto sull’incremento di forme tumorali e disfunzioni polmonari, renali, cardiocircolatorie.

Le autorità vietano categoricamente di toccare la terra, gli ortaggi, l’erba, e di mangiare frutta e verdura oltre che animali da cortile. Vietato anche esporsi all’aria aperta, mentre si consiglia massima attenzione all’igiene personale e il lavaggio più accurato possibile degli indumenti. Sul fronte delle indagini, aperte dai carabinieri del comune di Meda, l’inchiesta porta all’arresto del direttore e del vicedirettore della fabbrica, accusati di disastro colposo. Il pretore
decreta la chiusura dello stabilimento dove, del resto, gli operai rifiutano di tornare a lavore. 
Al processo, la responsabilità finale del disastro ricade sui dirigenti dell’impianto, che vengono condannati nel 1983, 7 anni dopo la fuga di diossina. 
La società chimica multinazionale svizzera Hoffman-La Roche, colosso dell’industria farmaceutica, deve risarcire la somma di 200 milioni di lire per la bonifica dei terreni della zona più contaminata.

Al nome di Seveso viene legata la direttiva europea emanata dall’allora CEE, la Comunità economica europea antesignana dell’odierna UE, nel 1982 e recepita dall’Italia solo 6 anni dopo, nel 1988, per prevenire i rischi di incidenti derivanti da attività industriali ritenute pericolose e che impone il censimento di tutti i siti industriali ad alto rischio. 

Quanto alla zona tra Seveso e Meda dove si levavano i fumi dell’Icmesa prima che si sprigionasse la nube tossica della diossina, oggi il verde ha preso il sopravvento: dalle ceneri del disastro è nato il Bosco delle Querce, un’area naturale protetta rinaturalizzata, un parco di quasi 43 ettari proprio nel cuore dell’ex zona A, simbolo di rinascita ambientale e di riscatto, insignito anche del marchio del Patrimonio europeo 2025 dalla Commissione europea.
 

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